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Pubblicato il: mer 01 Ago 2018
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In una società violenta l’arte non fa politica, ma è una splendida terapia contemplativa

 

In un mondo allo sbando, l’arte ha ancora un potere salvifico?

Come dice lo scrittore Tahar Ben Jalloun, «noi siamo sempre lo straniero di qualcun altro». Il problema forse è che non riusciamo a farne a meno, anche quando la pensiamo come lui. Banksy da Bristol, l’esponente della street art più famoso del mondo, aveva fatto un murales che raffigurava piccioni con slogan anti immigrazione a Clacton on Sea, sud dell’Inghilterra: «Torna in Africa», «Stai lontano dai nostri vermi». E le autorità comunali l’hanno rimosso subito, perché, ha spiegato il portavoce Nigel Brown, era stato ritenuto offensivo dai residenti: «Non siamo razzisti», ha detto. «L’abbiamo giudicato inopportuno». (Qui sotto il murales di Banksy. Sopra i due murales comparsi di recente a Roma, Giorgia Meloni con in braccio un bimbo africano, Luigi Di Maio e Matteo Salvini che si baciano, quest’ultimo con la tag Tvboy).

Banksy arte

Questa invasione senza fine dai Paesi più poveri della terra ha ormai radicalizzato le nostre paure, in società allo sbando, prigioniere della crisi e della sua decrescita infelice. In Italia, le manifestazioni di violenza e intolleranza si sono acuite negli ultimi due mesi: 9 episodi gravi da quando si è insediato il governo del cambiamento. L’ultimo è del 30 luglio, quando Daisy Osakue, speranza della nostra atletica azzurra, primatista italiana under 23 di lancio del disco, è stata colpita da un lancio di uova mentre rientrava a casa sua a Moncalieri, Torino, e ferita a un occhio: «Mi hanno aggredita e insultata perché sono di colore», ha detto. Prima di lei c’era stato il cameriere senegalese inseguito e picchiato a Partinico, in 7 contro uno, il bracciante ucciso a Vibo Valentia il 3 giugno, più altre violenze sparse a Roma, Vicenza, Caserta, Latina e Forlì. Cosa c’entra l’arte in tutto questo? Niente, of course. E forse è questo il problema.

Daisy Osakue

L’azzurra Daisy Osakue

Salvini dice che non siamo razzisti: è che «la pazienza degli italiani sta finendo». Quando la Storia racconterà i nostri giorni forse parlerà solo di scontri di popoli, Roma e i barbari, la fine dell’impero. Però noi che viviamo questo tempo, sappiamo che c’è dell’altro, come una catarsi dell’animo che si realizza nell’identificazione di un nemico, un diverso, a noi straniero, per alleviare le nostre paure e la nostra sconfitta. Come sostiene il grande scrittore peruviano Mario Vargas Llosa quando afferma che «niente protegge meglio un essere umano contro la stupidità del pregiudizio e del razzismo che questa verità assoluta, che invariabilmente compare nella grande letteratura: che gli uomini e le donne di ogni luogo e nazione sono essenzialmente uguali e solo l’ingiustizia semina tra loro la discriminazione, la paura e lo sfruttamento».

L’arte ha un occhio particolare per guardare la società e la pittura è la fotografia più bella del suo tempo. Ma non è solo questo. Ha sempre svolto un ruolo fondamentale nella civilizzazione del mondo, anche stando dalla parte del potere. Non fa politica, ma civiltà, come afferma Mark Bradford, pittore astrattista afroamericano molto impegnato in battaglie a favore degli ultimi. E non è questo solo un terreno dell’arte razionale, concettuale e performativa, come siamo stati abituati a credere. Jackson Pollock, lo presentavano al mondo negli anni ’50 dicendo che non c’era niente di politico nella sua opera, eppure l’astrazione era diventata per lui un nuovo modello che mirava a rinnovare la creazione attraverso la rottura con le concezioni artistiche dell’epoca, «nel chiaro intento», ammise poi la critica, «di denunciare la difficile situazione politica e sociale del tempo».

Mark Bradford: Pickett's Charge at the Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, photo: Cathy Carver

Mark Bradford: Pickett’s Charge at the Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, photo: Cathy Carver

Ma se qualsiasi forma di pittura è riuscita a dare voce al disagio dell’umanità, perché oggi, almeno da noi, l’arte non sa offrire un orizzonte di pacificazione a questa nostra società allo sbando? Non è solo una domanda retorica. La scienza ha dimostrato ultimamente che l’arte ha un valore psicanalitico e sociale che va oltre la sua stessa essenza. Non è solo il filosofo Alain De Botton a sostenerte che «l’arte, tutta l’arte, serve a farci vivere meglio». Ormai studi e ricerche si sprecano, dall’America all’Italia, alla Norvegia, come quella di Harold J. Dupuy, pubblicata sulle più importanti riviste scientifiche, che ha messo in evidenza la diretta correlazione tra il processo di formazione del benessere psico fisico e l’arte, grazie alla dopamina, neurotrasmettitore che aumenta il senso di piacere, euforia e gratificazione, e che viene prodotta in quantità maggiore dopo l’ascolto di una bella musica o la contemplazione di un capolavoro.

Il segreto, spiega Alain De Botton, non è guardare, ma «saper guardare». L’arte, sostiene il filosofo in Art as Therapy, «al netto del nozionismo, ha uno scopo preciso, quello di agire nella nostra tavolozza emotiva e di calibrare le tempeste, gli squilibri, i vuoti che disegnano l’architettura del nostro animo. L’arte è una splendida terapia contemplativa». Un’altra ricerca, dell’Istituto clinico Humanitas di Milano, sostiene la stessa cosa: contemplando un capolavoro rilasciamo dopamina. Il bello agisce sulla mente anche più dei farmaci. Un altro filosofo, John Armstrong, sostiene che «l’arte ci permette di risolvere i problemi della vita». Uno studio dell’Università di Tor Vergata si spinge ad affermare che chi ama l’arte ha più possibilità di riprendersi da un ictus, dopo aver testato centinaia di pazienti. E la ricerca forse più approfondita di tutte, quella della Norwegian University of Science and Tecnology di Trondheim, realizzata addirittura su 50mila persone, osserva quasi senza ombra di dubbio che l’arte fa ridurre in maniera signficativa ansia e depressione. Perché risponde a un desiderio fortissimo di voler fare oltre a essere, è «mezzo e fine, soggetto e oggetto». Non esiste senza il suo fruitore.

arte

Ma se questo è il suo potere, molto più grave è la sua assenza. L’arte ci fa da specchio: permette di comprendere se stessi e la realtà che ci sta intorno. Spinge a porci delle domande, esalta la condivisione. E’ vero che la pittura, di tutte le sue forme, è quella dove più marcata è stata la vicinanza con il potere, «e per questo», sostiene Mark Bradford, «spesso viene vista come il bambino cattivo nel mondo dall’arte». Però, se andiamo a guardare bene, aggiunge, l’impegno non è mai mancato, «e anche adesso la reazione dell’arte contro Trump è stata quella di un rifiuto unanime». Ma qui da noi il discorso è diverso. Non si tratta di stare a favore o contro questo governo. Quello che ci manca è la fotografia. Lo specchio della nostra vita, oggi.

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Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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