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Pubblicato il: lun 21 Mag 2018
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Fabrizio Corona si innamora dell’arte e di Padre Pio. Nuovo business all’orizzonte?

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L’ultima versione di Fabrizio Corona è quella artistico religiosa. A suo modo, of course. In carcere confessa di aver guardato molto dentro se stesso e di essere migliorato tantissimo. «Sono diventato un santo. Basta vita mondana», ha detto. Per aggiungere subito dopo, a scanso di equivoci: «Nei locali vado solo se mi coprono d’oro». Te pareva. Il «gordo», ciccione, come lo chiamava ingiustamente Belen Rodriguez nei momenti di intimità, ha sempre avuto come parametro il suo inarrivabile narcisismo e anche adesso che è rimasto folgorato da Padre Pio non si smentisce: «Lui è stato un perseguitato come me e come me era ossessionato dal danaro, anche se per motivi diversi. Chiedeva soldi a tutti, benestanti e non, per costruire l’ospedale più all’avanguardia d’Europa. Era un ambizioso e ha lottato contro tutti. Lo ripeto, io mi rivedo in lui, pur se in forma diversa».

D’altro canto, nel suo periodo più folgorante, s’era già visto come Robin Hood, con l’unica differenza che si sentiva un po’ più moderno del suo antico modello: «Io rubo ai ricchi per dare a me stesso». Che il mondo giri sempre attorno al suo baricentro è un dato di fatto inconfutabile, mai scalfito da condanne e pentimenti assortiti.

Ora, nei lunghi giorni interminabili della prigione, s’è invaghito di un artista, Alessandro Giorgetti, e delle banconote che lui ritrae con il volto di Padre Pio, al punto che appena uscito dalle celle con il cielo a spicchi dietro le sbarre, la prima cosa che ha fatto è stata quella di volerlo conoscere: «In carcere avevo letto su una rivista che c’erano queste banconote col volto del santo e ne sono rimasto colpito. E mi hanno emozionato le motivazioni che hanno spinto l’artista a volerle creare.

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Quando l’ho incontrato ho provato una sensazione indescrivibile nel vederle dal vivo. Oggi sento che mi rappresentano appieno e ringrazio il Maestro Alessandro Giorgetti per averle concepite». Detto fatto, ha comprato uno di questi ritratti molto particolari del Progetto «Mille preghiere per noi», al prezzo di novemila euro l’una. Ma l’arte riuscirà davvero a redimere questo «povero bullo», come si definisce lui, «colpevole soltanto di fare un mestiere del cazzo»? L’arte fa miracoli, è vero. Il problema è il suo carattere, quella personalità descritta nella perizia depositata in Tribunale a firma del dottor Riccardo Pettorossi come molto «narcisistica» e «borderline», che qualche maligno forse già intravede nel paragone abbastanza improponibile con Padre Pio.

L’altra sua peculiarità è il dio denaro. Fabrizio Corona è una macchina da soldi, così convinto delle sue capacità da ripeterlo a sua madre sin da ragazzino: «Gliel’ho sempre detto. Sono uno che a trent’anni avrà un sacco di soldi». Solo che a quell’età pensava magari di farli in maniera diversa. Allora voleva diventare un calciatore. Faceva il portiere nella squadra del Bruzzano, che non è proprio l’Inter o il Milan. Poi, siccome a scuola s’era fatto bocciare perché aveva insultato un professore chiamandolo «ciccione e omosessuale», il padre dopo aver cercato di farlo entrare a Milan Tv, l’aveva piazzato a lavorae con dei fotografi. Così aveva conosciuto Lele Mora, convincendolo a lavorare per lui. Portava in giro le modelle e preparava dei servizi con loro. Non solo, però. Lele Mora ai giudici ha raccontato che dei tre milioni di euro ricevuti dall’imprenditore Marcello Silvestri, una buona parte, più di due milioni, li ha spesi «in regali che ho fatto a Corona. Gli ho comprato 8 auto, a partire da un’Audi cabriolet per arrivare alla Bentley, e gli ho dato un milione e mezzo per l’acquisto di un appartamento in via De Cristofaris. Io e Corona abbiamo avuto una relazione». Per chi non l’avesse capito…

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Da buona macchina da soldi, Fabrizio investì i risparmi. Nel 2009 fondò la Corona’s, l’agenzia fotografica da cui nacquero tutti i suoi problemi. Il motto era: «Noi produciamo gossip, non lo aspettiamo». Diventò presto un personaggio pubblico. E un playboy incallito. Sposò Nina Moric, da cui ebbe un figlio, Carlos, di cui lui dice che «fra le tante cazzate che ho fatto è il mio gol più bello». Ancora adesso ripete che è l’amore della sua vita, «la cosa più bella e migliore che abbia mai fatto». Anche se dev’essere molto diverso dal papà: «E’ uno che legge Marx perchè sogna di diventare uno scienziato».

Da Nina Moric divorzia, poi colleziona Belen e altre fino a Silvia Provvedi, con la quale s’è appena lasciato. Tutte passioni autentiche? Nina Moric l’ha battezzato così: «E’ troppo innamorato di sé, per amare un’altra». Dal 2010 in avanti cominciano i suoi guai giudiziari, entra e esce dal carcere, da Potenza a Milano, fra un processo e l’altro. «E’ stata solo una guerra. Io come singolo individuo contro un macigno più grande e forte di me, che non voglio identificare con nessun nome altrimenti ricominciamo da capo». Due anni fa, dopo essere uscito fu riportato dentro perché gli trovarono dei soldi (la sua fortuna e la sua dannazione) nascosti in casa: «Sono venuti a prendermi in dieci davanti a mio figlio, trattandomi come se fossi il peggior criminale. Ho guardato Carlos e gli ho detto: “Papà ce la farà”. Il reato: intestazione fraudolenta di beni. Mi hanno arrestato per questioni morali, questioni di odio per me impossibili da spiegare. Ho sbagliato, ma ho pagato in modo esagerato. Sono un perseguitato. Stop».

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Nel suo andrivieni tra la tv e le aule giudiziarie ha cercato anche di fare l’attore, senza smentire mai il suo narcisismo: «Io sono più bravo di George Clooney. E poi lui è gay. Io sono bisessuale». S’è riempito di tatuaggi, una trentina: il nome e la data della morte del padre sul petto, una corona sul braccio, il volto del figlio sul costato, i suoi vizi su una spalla («donne, carte, soldi, alcol»), la faccia di Belen e il numero della sua cella, la 106, davanti. Ora che ha scoperto l’arte e la santità può darsi che aggiunga presto anche quello di Padre Pio.

Conoscendo la sua passione per il danaro e la sua capacità di produrre guadagni in ogni occasione, anche solo buttando dal balcone le sue mutande o cercando di fotografarsi in cella, resta il dubbio che ci intraveda un commercio anche nelle banconote di cui s’è invaghito. Ma Fabrizio Corona è questo. Dice: «Io sono il prodotto di questa Italia. L’Italia vuole questo».

Fuori dal carcere c’erano le ragazzine che lo acclamavano estasiate. «Sei un mito», gli urlavano. «Lo so», ha risposto lui. Però, quando il 18 gennaio 2013 gli agenti vennero a cercarlo invano per prenderlo dopo che lui se n’era andato in Portogallo, i vicini di casa si sfogarono con i giornalisti: «Se lo portassero pure via…». «Speriamo vengano a prenderlo presto, faceva solo casino». «Non potete inmmaginare quanto siamo contenti».

Perché il gossip si può anche non aspettarlo, come diceva la pubblicità della Corona’s, ma non ha la forza rivoluzionaria della santità e la bellezza dell’arte. Prima o poi dovrà farsene una ragione. E ce la faremo anche noi.

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Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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