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Pubblicato il: mar 08 Mag 2018
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Il curioso caso di Elon Musk, capitalista del sogno

Elon Musk

Tra le tante facce del capitalismo c’è anche quella del futuro, sospesa tra l’immaginazione del mondo che verrà e l’aridità dei numeri con i suoi fatturati, i suoi bilanci e i ricavi, tra i sogni e la dilaniante legge di Wall Street, una faccia come quella di Elon Musk, bambino prodigio picchiato selvaggiamente dai bulli prima di diventare secondo Forbes il ventunesimo uomo più potente del mondo, dopo aver fondato Tesla e SpaceX, aziende che progettano macchine elettriche da corsa senza piloti e camion spaziali per portarci a vivere su Marte, inseguendo la salvezza dell’umanità.

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Che c’entra Musk con Wall Street l’ha fatto capire lui benissimo giovedì 3 marzo, alla conference call per la presentazione dei conti della sua Tesla, risponendo così all’analista Toni Sacconaghi che chiedeva quanta liquidità doveva bruciare ancora la società prima di trovare un equilibrio finanziario: «Che noia. Passiamo al prossimo». E il prossimo, Joseph Spak, di Rbc Capital, che voleva sapere se Tesla avesse bisogno nel 2018 di un aumento di capitali, l’ha addirittura interrotto a metà: «Scusatemi, queste domande sono così aride… Le domande stupide e noiose non sono cool. Il prossimo?».

Il problema è che quegli analisti sono le persone che con i loro report devono convincere gli investitori a finanziare un’azienda che ha appena chiuso il primo trimestre con una perdita di 710 milioni di dollari, su ricavi pari a 3,41 miliardi, e che nei suoi primi 15 anni di vita non ha mai prodotto un centesimo che sia uno di utile. Complessivamente, Tesla adesso ha bruciato liquidità per 1,05 miliardi di dollari in tre mesi. E la legge asfissiante di Wall Street e dei suoi lupi è costretta a domandarsi se ce la farà ad arrivare alla fine dell’anno senza chiedere al mercato nuove iniezioni di capitali. Musk ha tagliato corto lo stesso: «Basta con le domande di chi rappresenta le banche. Andiamo a sentire gli investitori reali». E si è collegato via You tube con Galileo Russel, un piccolo azionista che si è sperticato in elogi sui suoi prodotti.
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A lui ha risposto con calma e nei dettagli. Poco prima, invece, Musk aveva spiegato, sotto il fuoco di fila degli analisti, che se gli investitori temono la volatilità, beh, allora vuol dire che il titolo Tesla semplicemente non fa per loro. Il problema è che gli investitori gli hanno dato subito retta. Il titolo, che pure aveva retto alla trimestrale deludente, è franato dopo le sue parole. Le azioni sono crollate dell’8 per cento, fino a 278 dollari. Dal giorno dopo i commentatori hanno cominciato persino a preoccuparsi dell’equilibrio mentale del fondatore e Ceo della casa automobilistica delle meraviglie elettriche, domandandosi che cosa nascondessero queste sue reazioni esagerate, così intolleranti e sprezzanti verso la platea degli esperti di Wall Street.

Elon Musk alla presentazione della Model 3, nel luglio del 2017. (Andrej Sokolow/picture-alliance/dpa/AP Images)

Elon Musk alla presentazione della Model 3, nel luglio del 2017. (Andrej Sokolow/picture-alliance/dpa/AP Images)

Qualcuno si è spinto a paragonare Elon Musk con Jeffrey Skilling, il Ceo del colosso dell’energia Enron, che nel 2001 diede pubblicamente dello «stronzo» all’analista Richard Grubman di Highfields Capital Management che gli aveva chiesto perché non era possibile esaminare il bilancio. Pochi mesi dopo Enron fallì fra lo stupore generale, dato che era considerata una delle società più solide d’America. Ma qualche tempo dopo si scoprì che il management aveva realizzato una incredibile serie di falsi in bilancio. Ora, magari anche gli analisti devono aver esagerato per ripicca. E’ vero che Tesla non viaggia proprio in acque stupende. Però, Musk ha ribadito che riuscirà a raggiungere l’obiettivo di produrre 5mila Model 3 alla settimana, la berlina elettrica a prezzi abbordabili per il mercato di massa, entro la fine di giugno.

E poi Elon Musk non è catalogabile. E’ ricco e potente, ma diverso da tutti gli altri miliardari come lui. Forbes l’ha inserito al ventumesimo posto tra gli uomini più potenti al mondo, e nel gennaio del 2018 al 53mo fra i più ricchi, grazie al suo patrimonio di 20,9 miliardi di dollari. Però, da qualche mese dorme nella sua fabbrica di Tesla, in California, e chi lo conosce non si stupisce. Che ci si può aspettare da uno che vuole portare gli uomini a vivere su altri pianeti? Uno che dichiara apertamente che l’obiettivo delle sue aziende ha in sé l’ideale di cambiare il mondo e l’umanità, riducendo fra l’altro «il rischio di un’estinzione umana, stabilendo una colonia su Marte» (Elon Musk, testuale).

Ma Elon Musk è la contraddizione del capitalismo, la sua versione letteraria, quasi romanzesca, una creatura di Jules Verne, traferita nel regno degli squali di Wall Street. Nato a Pretoria, Sudafrica, 46 anni fa, figlio di un ingegnere, Errol Musk, e di sua moglie Maye, una modella canadese, diventato un precoce genio del computer dopo il divorzio dei genitori, a 12 anni vendette per 500 dollari il codice di un videogioco, che è ancora utilizzato oggi a 35 anni di distanza. Come molti geni, divenne vittima dell’imbecillità violenta dei bulli, frustrati dalla loro piccolezza, che lo perseguitarono fino a mandarlo all’ospedale in gravissime condizioni, dopo averlo picchiato selvaggiamente e buttato giù dalle scale. Scappò via e si trasferì in America. Quand’era studente in Pennsylvania aveva affittato una casa a 10 persone per usarla come nightclub. Un capitalista nato. Ogni gruzzolo che riusciva a fare lo investiva.

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Fonda una compagnia di servizi finanziari online che vende nel 2002 a eBay per un miliardo e mezzo di dollari. Settanta li investe in Tesla e cento in SpaceX, per realizzare veicoli spaziali per il trasporto planetario. Elon Musk è uno strano capitalista che partecipava al Burning Man Festival, sulla distesa salata del Black Rock, nel Nevada, e ha sempre confessato che la prima idea sui suoi prodotti gli è venuta da lì. E’ un artista, un capitalista del sogno.

La Stampa si domanda giustamente «come si può chiedere a un uomo che lavora camion elettrici senza piloti, viaggi spaziali e treni che corrono dentro tubi come una specie di posta pneumatica supersonica di pensare a um trimestre alla volta?». E’ la solita storia. Il futuro ha bisogno del presente. Resta da capire qual è la vera follia, il presente o il futuro? Il sogno o la realtà? Wall Street o questo strano signore che manda al diavolo i suoi analisti: «Siete insopportabili, mi state uccidendo con queste domande noiose»?

Tony Hsieh, l’inventore di Linkexchange e Zappos diceva che per loro, per lui e i suoi amici, «non era una questione di soldi. Avevamo costruito un’azienda che combinava profitti, passione e scopo. Non era business. Noi lavoravamo per inventare uno stile di vita che avrebbe fornito felicità a chiunque». Soprattutto a loro. Quando la vendettero diventarono miliardari.

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Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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