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Pubblicato il: ven 29 Set 2017
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Start up culturali: ok della Camera. Ma le agevolazioni economiche dove sono finite?

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In prima lettura è appena passata alla Camera pochi giorni fa la proposta di legge «Disciplina e promozione delle imprese culturali e creative», presentata a Montecitorio da Irene Manzi, deputata Pd e segretaria della Commissione Cultura: 282 voti favorevoli, 113 astenuti e nessun voto contrario. Per ora è un successo che rispecchia solo in parte la grande fatica e tutte quelle piccole e grandi sconfitte accumulate nel tortuoso percorso che ha accompagnato il complesso iter burocratico di questa legge.

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Certo, della proposta iniziale, firmata nel 2015 da Anna Ascani, non è rimasto molto, «svuotata» alla fine, come hanno affermato polemicamente i parlamentari del M5S, durante i passaggi obbligati delle forche caudine rappresentate dalla Commissione Bilancio. Ma si è salvato il senso, il significato di «un insieme di norme fortemente sostenute dal governo», come ha sottolineato invece il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, «che vanno a regolamentare un comparto strategico che genera ricchezza e occupazione e che è sinonimo di eccellenza». Perché, in fondo, è questa la notizia che conta: per la prima volta una legge riconosce e disciplina le imprese culturali e creative in Italia, prevedendo anche qualche soccorso importante per la concessione a oneri agevolati di beni demaniali.

Non è molto, e di sicuro non è tutto. Ma non è una cosa da poco, per un settore da sempre trascurato, se non vilipeso, da certe frange del nostro potere politico, anche se occupa quasi un milione e mezzo di persone e secondo l’ultimo Rapporto Symbola produce il 6,1 per cento della ricchezza nazionale, pari a circa 89,1 miliardi di euro, a cui andrebbe aggiunto l’ulteriore effetto moltiplicatore sul resto dell’economia per un totale complessivo di 249, 8 miliardi di euro.

Se non altro, oggi per la prima volta l’occhio dello Stato si è posato su un mondo che in un Paese come il nostro dovrebbe avere di sicuro molta più attenzione. E’ solo un primo passo, in tutti i sensi (manca ancora il voto al Senato). Ed è per ora quasi nient’altro che una consolazione. Eppure, nonostante tutto, questa disciplina finisce per assumere una sua valenza quasi storica. Come ha detto Roberto Rampi, deputato pd, nel suo intervento a braccio alla Camera «il centro della legge è il riconoscimento giuridico dell’intero settore. Oggi possiamo dire anche in Italia che il talento e la capacità creativa sono riconosciute dallo Stato».

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E questo, alla resa dei conti, era diventato l’obiettivo principale della proposta di legge di Anna Ascani, così mutilata, secondo le critiche del Movimento 5 Stelle. «Avremmo potuto difendere la purezza del testo originario, condannandolo però a non giungere mai in Aula», ha detto Irene Manzi. «Oppure, come abbiamo fatto, accettare comunque la sfida che ci eravamo posti, quella di introdurre nell’ordinamento italiano una definizione giuridica dell’impresa culturale e di prevedere adeguate forme di sostegno». Così, il nuovo testo di legge stabilisce innanzitutto quali sono i requisiti necessari affinché una impresa possa essere qualificata culturale e creativa e possa iscriversi nell’elenco tenuto dal Ministero dei beni Culturali.

Per prima cosa, deve «avere per oggetto sociale esclusivo o prevalente l’ideazione, la creazione, la produzione, lo sviluppo, la diffusione, la conservazione, la ricerca e la valorizzazione o la gestione di prodotti culturali, intesi quali beni, servizi e opere dell’ingegno inerenti alla letteratura, alla musica e alle arti figurative, allo spettacolo dal vivo, alla cinematografia e all’audiovisivo, agli archivi, biblioteche, musei, nonché al patrimonio culturale e ai processi di innovazione a esso collegati». Poi, deve «avere sede in Italia o in uno degli Stati membri dell’Unione Europea». Infine, «svolgere attività stabile e continuativa».

E’ dunque un primo passo importante per portare alla luce un universo di pratiche ancora poco conosciute e, attraverso il riconoscimento giuridico, disciplinare un settore con grandi possibilità di sviluppo, dandogli maggiore solidità. La Commissione Bilancio ha poi certamente mortificato la proposta originaria della legge («Perché per le banche venete, ad esempio, non si è badato al risparmio, e qui invece si è stati addirittura attenti all’euro?», hanno protestato i parlamentari del M5S), svolgendo severamente il suo ingrato compito per salvaguardare i conti dello Stato.

Sotto la sua tagliola è così stata depennata la parte che introduceva importanti agevolazioni economiche per le imprese e per i giovani. «Non sono state scelte semplici da adottare», confessa Irene Manzi. Ma alla fine, aggiunge, «siamo stati obbligati, per non disperdere tutto il lavoro che avevamo fatto». Siamo in Italia. Dobbiamo accontentarci.

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Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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