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Pubblicato il: lun 01 Mag 2017
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Personal Shopper, Kristen Stewart a caccia di fantasmi

Personal shopperPersonal Shopper, Kristen Stewart a caccia di fantasmi nel nuovo film di Olivier Assayas, miglior regia al Festival di Cannes 2016.

Personal Shopper è un esempio di cinema trasversale, sghembo. Lo è nei confronti dei generi e delle tematiche. Lancia lungo la strade una serie di sassi che ben presto vengono abbandonati per raccoglierne altri, e via di seguito. È un film di assenza che si rincorrono. È misterioso ma non è un mistery, ci sono i fantasmi ma non è un horror, c’è un omicidio ma non è un thriller.
Su tutto incombe l’elaborazione di un lutto, ma non è un dramma.

Maureen (Kristen Stewart) è spinta da un desiderio spirituale alla ricerca di un contatto con il mondo che non vediamo, la sua indifferenza per il lavoro che svolge fa sembrare lei un fantasma tra i vivi; è il suo un personaggio contemporaneo e urbano, che si muove in una dimensione alienante – lavorando per qualcuno che a stento a modo di vedere, una datrice di lavoro con la quale è impossibile dialogare (tra le due in tutto il film non c’è un solo dialogo). Maureen vive in attesa.Personal shopperDopo la morte del gemello aspetta un segno dall’aldilà. È questa una promessa che si erano fatti in vita. Dei segni arrivano, ma non dal defunto fratello. Presenze inquietanti e indefinite si susseguono nelle sue giornate, vuote e monotone. Unica trasgressione: provare i vestiti della sua datrice di lavoro.

La protagonista si interessa così a illustri precedenti, è avida di informazioni.
Studia la storia di Hilma af Klint, artista svedese che ha anticipato l’astrattismo di Mondrian e Kandinskij attraverso una personalissima (e riservatissima) meditazione sulla natura dell’arte, della biologia e dell’universo invisibile. Fu spiritista, come le sorelle Fox (figure alla base dell’ispirazione per Planetarium, che in maniera meno riuscita -troppo pomposa- si muove in territori non troppo dissimili da quelli di Assayas) e come Victor Hugo (sì, lui), e volle che il proprio lavoro restasse sconosciuto per anni. Per questo la critica l’ha scoperta solo recentemente.
Maureen divide così le proprie giornate tra il lavoro di personal shopper e la ricerca di un possibile ordine nel modo di interagire col mondo invisibile, attraverso le informazioni che riesce a rubare dalle biografie di queste figure pionieristiche. 
personal shopper hilma af klint
personal shopper hilma af klintpersonal shopper hilma af klintpersonal shopper hilma af klintpersonal shopper hilma af klintOlivier Assayas non ragiona più in termini di genere, ma è evidente che ne conosca a perfezione le regole. Li scompone -i generi- prende in prestiti i pezzi che più gli interessano e crea una dimensione (cinematografica) nuova e riuscita, compiuta.
Personal Shopper è così, al contempo, sia la naturale prosecuzione di Sils Maria che il suo opposto, o meglio il suo rovescio. Nell’avventura montana con Kristen Stewart e Juliette Binoche c’era una sovrabbondanza di dialoghi, di ansie, di indizi e di nevrosi, tutte dissolte in un finale catartico ad alta quota.
In Personal Shopper il regista prosegue il lavoro con Kristen Stewart, ormai diventata sua attrice feticcio, ma stavolta svuota la struttura narrativa e lascia la protagonista a interfacciarsi con il nulla. È un film dall’aria molto orientale, in cui le presenze, a parte poche apparizioni fumose, si rivelano attraverso porte socchiuse, riflessi, luci tremolanti e spazi vuoti.Personal shopperCome in Julieta di Almodovar i vuoti, le assenze, si rincorrono – e come in Giro di vite di Henry James l’ambiguità sulla natura dei fantasmi la fa da padrona.
Le atmosfere notturne, stralunate e decadenti del film ricordano, non a caso forse, quel limbo sospeso che permea Suspense (The innocents), mirabile adattamento cinematografico del racconto di James presentato a Cannes nel 1962 per la regia di Jack Clayton, protagonista Deborah Kerr, perfetta.

In entrambi i film, poi, “il fantasma” si manifesta chiaramente solo dietro al vetro di una finestra. È il riflesso di un mondo altro, che è già stato -passato- o che è altrove. O, peggio ancora, che non è.
E se, sul finale, in Suspense, “la domanda” sulla natura del sovrannaturale è lasciata allo spettatore in Personal Shopper a farsene carico è la protagonista stessa, in una dolorosa e rassegnata presa di coscienza.

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