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Visioni su ceramica. Intervista a Pierre Charpin e Gordon Guillaumier

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Si chiamerà “Fragments”, la nuova collezione di piastrelle disegnata dall’artista parigino Pierre Charpin per Ceramiche Piemme, azienda specializzata nella produzione di pavimenti e rivestimenti ceramici. Il nome è legato al paziente lavoro di raccolta di storia e ispirazioni. Visioni oniriche, piccole orme, tracce lievi: i principali decori della collezione sono Form e Oblong.

In occasione del Fuorisalone 2017, l’allestimento di Gordon Guillaumier, direttore artistico dell’azienda, segue un ideale percorso urbano fra elementi verticali e orizzontali.

Com’è nata la collaborazione tra la Piemme e Pierre Charpin?

Gordon Guillaumier: Il dialogo è iniziato un anno fa, quando ho promosso il primo incontro di Piemme con un designer; dopo la presentazione ci si era già iniziato a chiedere cosa sarebbe successo l’anno successivo, allora ho iniziato a pensare e proprio una delle persone che avevo in mente era Pierre. Ci siamo incontrati casualmente in un corridoio del Salone del Mobile a Milano e lui ha accolto la mia proposta. Ho scelto Pierre per la sua esperienza, perché aveva già lavorato la ceramica seppur in senso artigianale, quindi conosceva la materia. Vi trovavo un bellissimo segno e sensibilità. E la mia idea era proprio quella di portare quella sensibilità, quel segno e la sua esperienza anche artigianale all’interno di una dinamica industriale. Questo comporta ovviamente diverse implicazioni, poiché in fabbrica non c’è manualità, è tutto stampato in digitale. Bisogna cercare di tradurre il linguaggio artistico in un processo seriale.

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Qual è stata la reazione dell’azienda all’incontro di un mondo creativo?

Gordon Guillaumier: E’ un percorso che abbiamo iniziato all’interno di un’azienda storica. Gli strumenti forniti sono eccezionali, bisogna però procedere gradualmente: capire e avvicinare i due mondi è un grande sforzo. A volte nascono anche delle incomprensioni, non è sempre un incontro felice. Ma quando è felice si riesce a compiere traguardi, a espandere il discorso. Dall’anno scorso c’è già stato un grande passo avanti, un tentativo di ricercatezza formale, un percorso necessario per liberarsi da certi schemi. A volte si rischia anche, ma è questo il bello del nostro mestiere.

L’azienda ha lasciato carta bianca sul progetto?

Pierre Charpin: Non proprio. Ha capito l’importanza di introdurre il linguaggio culturale attraverso l’esperienza di un designer. C’è stato un dialogo, ma, essendoci anche un grande investimento di mezzo, una collezione completa, ha fornito fin da subito dei dati ben precisi su cui lavorare e sviluppare l’idea, come la palette di colori, basata sulle diverse gradazioni di grigio.

Raccontaci come è nato il disegno sulla piastrella.

Pierre Charpin: Per me è stato molto interessante poter usare queste materie, mi ha permesso di modificare il mio segno. Per i decori, sono partito da disegni che avevo fatto anni fa e che ho reinterpretato per questa collezione. Ad esempio, il decoro della piastrella Form è fatto di forme e materiali diversi; significa che all’interno della forma c’è la materia, diventando una tridimensionalità voluta che ho dovuto integrare al mio linguaggio e al mio modo di concepire il disegno, il segno. Non ho una palette definita, a volte uso colori vivaci, ma sempre a seconda del contesto e del mio mood.

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Qual è stato il tuo percorso artistico?

Pierre Charpin: Ho fatto una scuola di belle arti, come i miei genitori, anche loro artisti. Pian piano ho voluto però cambiare direzione, non volevo rifare esattamente il loro percorso. Volevo sviluppare una ricerca sulla forma che avesse un legame più forte con la vita quotidiana, e per questo ho iniziato a lavorare sugli oggetti fino ad approdare al mondo del design, imparando da solo le basi.

Quindi la tua è sempre stata una ricerca sulla forma.

Pierre Charpin: E’ vero. Il lavoro che faccio con la Galerie Kreo, la mia galleria di Parigi, mi permette di continuare la mia ricerca sulla forma e di portare avanti questa storia dell’oggetto d’uso e del suo limite. Quelli che creo non sono per me oggetti d’uso; rimangono destinati al mondo domestico, però al limite di elementi senza funzione. Quello che mi interessa quando lavoro per qualcuno è capire come poter entrare in un diverso contesto con la mia storia, così come ho fatto per la Piemme.

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