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L’arte in tempo di guerra: il racconto di Alaa Arsheed. Un violino per la pace

Alessandro Gassmann e Alaa Arsheed a Beirut Alessandro Gassmann e Alaa Arsheed a Beirut
Alessandro Gassmann e Alaa Arsheed a Beirut
Alessandro Gassmann e Alaa Arsheed a Beirut (Foto 1)

Siede ad un piano scordato fra le macerie di Damasco e nasconde sotto la musica il grido delle bombe. Insegna ai bambini ad utilizzare la sua macchina fotografica in uno dei tanti campi profughi in Giordania, quella che custodiva gelosamente quando immortalava matrimoni ad Aleppo. Dipinge volti angelici nella notte sulle pareti dei container dell’UNHCR. Nascosto da vetri bagnati, in un anonimo appartamento di Beirut, confida all’arco di un violino tutto il suo dolore. Sono queste le storie di Alaa, Ahmad, Mohammad, Nour, Rasha protagonisti del documentario “Torn – Strappati” diretto da Alessandro Gassmann.

Campo profughi di Zaatari, in Giordania
Campo profughi di Zaatari, in Giordania

Chi erano? Da dove provengono?

Uno di loro era uno dei più apprezzati pianisti di Damasco, se ne sentiva parlare anche nelle zone rurali, lì dove la televisione via cavo era ancora una rarità. L’altro un ragazzo spettinato con un futuro nel graphic design a portata di mano, oppure uno di quei tipi che piacciono con quell’aria un po’ trascurata, un po’ bohemien. L’ultimo sognava un conservatorio europeo e, tra di loro, è l’unico a poter parlare dall’Italia accolto da una comunità d’artisti nel trevigiano.

Uno degli artisti siriani che porta la propria testimonianza in "Torn - Strappati"
Uno degli artisti siriani che porta la propria testimonianza in “Torn – Strappati”

Ma come si è sentito il loro cuore dopo quanto è accaduto in Siria?

L’abbiamo chiesto a uno dei protagonisti di “Torn – Strappati” che dal febbraio 2015, data delle riprese, ne ha fatta di strada.

Alaa Arsheed: La Siria è sempre stata una terra di artisti, coltivatrice di talenti millenari che spaziano dalle arti figurative alla musica. Prima del 2011 attraverso l’arte cercavamo la libertà, un momento per uscire dagli schemi. Dopo la rivoluzione tutto è cambiato. Il sogno di noi artisti di essere parte attiva di uno stravolgimento, prima di tutto culturale, si è spezzato. Questo è qualcosa di difficile da comprendere a chi è alieno alla nostra realtà. Per questa ragione sostengo che ciò che sta accadendo in Medio Oriente sia soprattutto una crisi per i rifugiati piuttosto che per l’Europa.

Quando tutto questo è cominciato mi trovavo a Beirut dove impartivo delle lezioni di violino private, non ho avuto più modo di mettermi in contatto con la mia famiglia e mi sono ritrovato “intrappolato” in Libano. Uso questo termine, “intrappolato”, perchè per me Beirut era diventata una vera e propria prigione. A Beirut non avevo nulla: non affetti, nè futuro. Un giorno sono stato contattato da un conoscente il quale mi ha raccontato di una troupe italiana alla ricerca di artisti siriani che raccontassero la loro fuga. Così ho conosciuto Alessandro.

Mentre giravamo la scena in cui suono una mia canzone, Carlotta (Membro di UNCHR Southern Europe) che lo accompagnava ha scattato una fotografia (vedi foto 1) che ha pubblicato in un tweet. Quando se ne sono andati, rimasto solo nel mio appartamento, ho avuto come la sensazione di rivivere tutte le sofferenze che tanto avevo cercato di soffocare. Mi sono confrontato, forse per la prima volta, con il grande senso di colpa che il racconto della mia fuga dalla Siria aveva risvegliato nel mio animo. Poche settimane dopo il telefono è tornato a squillare, Carlotta mi annunciava che Fabrica, un centro di ricerca sulla comunicazione e sull’arte situato a Treviso, mi aveva offerto una borsa di studio. Ho impacchettato le mie poche cose e sono riuscito a raggiungere l’Italia, dove da qualche mese ho ottenuto l’asilo politico (vedi sotto, foto 2). E’ stata la mia salvezza.

Ora ho di nuovo una casa, degli amici e un futuro. Ma ogni notte quando mi metto a letto ascolto il mio cuore e mi sembra di sentir parlare quella parte amputata della mia vita che è rimasta in Siria. Io sono stato fortunato, altri no.

Come può pensare l’Europa, dunque, che la crisi dei migranti sia in primo luogo affar suo? Questa è la crisi di chi ha ali spezzati, sogni dispersi, affetti perduti.

Alaa Arsheed oggi in una delle aule di Fabrica
FOTO 2: Alaa Arsheed oggi in una delle aule di Fabrica

Se è vero quanto affermava Martin Luther King, ossia che la salvezza umana giace nelle mani dei creativi, “Torn” è, dunque, molto di più di un documentario è uno strumento di lotta contro chi nega l’arte e schiaccia le speranze di chi non ha futuro in quel paesaggio dilaniato che è diventato il Medio Oriente.

“Torn” è un viaggio alla riscoperta di quella bellezza che l’integralismo islamico ha proibito. Un viaggio che da voce alle individualità invisibili che guardano il mondo da una prospettiva diversa, disperse in quel pandemonio di numeri gridati dai politici: 4 milioni di rifugiati, 1 milioni dei quali ritenuti responsabili della crisi europea.

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