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Pubblicato il: mar 12 Gen 2016
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David Bowie a tutto tondo. Un omaggio all’uomo che cadde sulla terra

C’è anche chi ha detto che «era un pittore prestato alla musica». Forse è un po’ esagerato. Ma David Bowie è stato davvero uno degli artisti più multimediali di questi tempi, attore di teatro e di cinema, produttore discografico, provocatore di professione che non nascose una sua pur breve infatuazione per il nazismo, e persino scultore, oltre che cantante affermato che riusciva a passare facilmente dal glam rock al soul e al folk acustico, inventandosi alter ego altrettanto famosi come Ziggy Stardust e The Thin White Duke, il Duca bianco.

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Nato a Brixton l’8 gennaio del 1947 da Margaret Mary Burns, una cassiera di cinema, e dal soldato Haywood Stenton Jones appena rientrato dal fronte, David Jones decise di chiamarsi come Jim Bowie, l’avventuriero americano morto ad Alamo assieme a Dave Crockett, per non confondersi con l’allora più conosciuto Davy Jones, musicista dei Monkees. Sua mamma gli aveva dato anche un fratellastro nato da una precedente relazione, Terry Burns, un tipo un po’ strano che portava i capelli lunghi già negli Anni Cinquanta, amante del jazz di John Coltrane, che ebbe una grande influenza sulla sua crescita artistica, prima di finire confinato nel reparto psichiatrico del Cane Hill Hospital di Londra per una forma di schizofrenia, sino al 1985, quando si tolse la vita gettandosi sotto a un treno. Terry ispirò alcuni dei suoi brani come Jump They Say e restò catturato nella sua memoria anche come una condanna, al punto che durante il suo soggiorno negli Usa a metà degli Anni 70, nel periodo di grande dipendenza dalla cocaina e dall’alcol, quando pesava poco più di 40 chili ed era soggetto a forti depressioni psicologiche, David arrivò a temere di essere anche lui «malato di mente».

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Eppure nell’infanzia felice di Plaistow Grove, verde sobborgo di Bromley, nel Kent, il futuro artista folle di Ziggy Stardust e del Duca Bianco era un ragazzino che ascoltava rapito le musiche di Fast Domino e Little Richard, guardando incuriosito sua cugina scatenarsi sulle note di Hound Dog di Elvis Presley, quando rientrava dalla Chiesa di St. Mary, dove cantava nel coro, tutto serioso e impettito, assieme agli altri amici. A 11 anni si iscrisse alla Bromley Technical High School, per diventare un grafico pubblicitario, perché l’arte visiva era la sua vera passione. Forse la sua vita cambiò quando gli regalarono un sassofono: l’aveva chiesto lui perché considerava quello strumento «un emblema e un simbolo di libertà», come confesserà più avanti, negli anni del successo e della fama. Comincia allora a entrare e uscire dalle band, con deviazioni strane verso la dottrina tibetana, finendo addirittura per trascorrere intere settimane d’isolamento monastico con 4 lama in Scozia. Aveva 20 anni. Cercava idee jazz e rock nella sua musica, riuscendo a sdoppiarsi come farà per tutta la sua esistenza, inseguendo realtà underground e squarci di emarginazione assieme a un nascosto desiderio di pace: «Molto di quello che mi aveva attratto del buddismo è rimasto con me per sempre».

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David Bowie era già diverso da tutti, una sorta di provocatore che non risparmiava nessuno, neanche se stesso, quasi impossibile da decifrare e identificare. Produceva canzoni e performance in serie, senza successo, perché non aveva ancora trovato la chiave della sua immagine. La svolta avviene nel 1971, quando a Londra Andy Wharol porta sulle scene Pork, uno spettacolo di rottura, che esibendo omosessualità e masturbazione aveva scandalizzato tutta la stampa inglese. Lui invece ne rimase folgorato, e afferrandone il gusto della fusione tra musica e messa in scena, cominciò a personalizzare il suo look e a intuire il potere fortemente pubblicitario di una provocazione ben riuscita. La sua figura diventa quella di un attore musicista, fortemente attratto dalla torbida sessualità e dalle esperienmze undeground, dovunque si nascondano.

Questo è David Bowie: il suo talento da solo non lo avrebbe portato a niente. Ma il suo personaggio sì.

Va a conoscere Andy Warhol e gli dedica una canzone, che l’artista americano però non apprezza molto. David ironizza anche col suo maestro, finisce per provocarlo: «Lui non capì l’intenzione, la prese molto male. Però gli piacevano molto le mie scarpe, giallo canarino, tacco e punta arrotondata. Parlammo di quello». L’anno dopo, in ogni caso, nel 1972, inizia il suo trionfo, con l’album dove inventa Ziggy Stardust, nelle cui vesti porta in giro uno show delle meraviglie, dove il vero David Bowie e la sua figura teatrale si intrecciano e si confondono così bene da rendere quasi illeggibile il confine tra la realtà e la finzione. Va in scena vestito con attillate e coloratissime calzamaglie, costumi sgargianti e i capelli tinti di rosso fuoco.

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Prima di cominciare rilascia un’intervista alla rivista musicale Melody Maker: «Sono gay, lo sono sempre stato, anche quando ero David Jones». Solo il giornalista Michale Watts nutre qualche dubbio perché nota sibito «una maliziosa allegria in quello che dice» e un sorriso troppo divertito. Ma tutti gli altri ci credono. Il tour è un successo. In classifica non va solo quest’album, ma tutti quelli che aveva fatto prima e che non aveva mai venduto. Ce ne sono sei nei primi 10. E lui comincia un’immersione totale nella figura che s’è inventato, l’androgino Ziggy, un alieno venuto dallo spazio, che esalta il suo gusto per la teatralità catturandolo completamente («La mia personalità ne risentì. Divenne molto pericoloso. Dubitai della mia sanità mentale»).

Dove finisce la musica e comincia il personaggio? I fotografi lo beccano sempre assieme a delle donne, e lui una volta dice una cosa e la volta dopo l’esatto opposto. «Sono bisessuale», afferma. Nel ’76 smentisce: «Era solo una bugia. Mi appiccicarono quell’immagine e io mi adeguai». Nel ’78: «Sì sono bisessuale. Quella era un’affermazione vera». Nell’83: «E’ un grande equivoco. E’ il più grande errore che abbia fatto a dire quelle cose». Nell’87: «Non dovete credere a tutto quello che leggete». Nel ‘93, forse la verità: «Mai sentito bisessuale. Ma ero magnetizzato dalla scena gay underground».

In questo periodo era già cominciata e finita la sua fase nazista. La verità questa volta dev’essere quella di Andrew Kent: «Io sono ebreo, se fosse stato davvero nazista non avrei potuto lavorare con lui. Non era proprio nazista. Credo che la sua fosse solo un’attrazione adolescenziale». I fatti sono noti: viene fermato alla frontiera con dei libri di Goebbels, saluta i fans a mano tesa, dichiara che «l’Inghilterra trarrebbe beneficio dall’avvento di un leader nazista» e che «Adolf Hitler era stata una delle prime vere rock star». Nel ‘74 David era andato negli Usa ed era diventato schiavo della cocaina. «Ero fuori di testa, totalmente impazzito. Ero attratto dalla mitologia. Avevo scoperto Re Artù». Pesa 40 chili e fa una dieta di latte e peperoni.

Inventa un nuovo personaggio, il Duca Bianco, un aristocratico cantante alla Frank Sinatra di simpatie destrorse con una forte inclinazione per l’occultismo. Anche questa volta l’identificazione è pressoché totale. Una modella che è stata a casa sua in America racconta di averlo visto terrorizzato dalle streghe che volevano rubargli lo sperma per dei riti oscuri. «Viveva circondato da candele nere e iconografie naziste». Se con i gay, nell’età della maturità, confesserà che era attratto «fortemente dal loro mondo» e che avrebbe voltuo entrarci dentro, per il nazismo spiegherà che le sue «dichiarazioni non sono mai un fatto politico, ma teatrale».

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La verità è che è impossibile dividere il personaggio dalla realtà, così come sarebbe forse sbagliato identificarlo con la sua finzione. Quando diventa più saggio si dedica alla recitazione e alla pittura. E non dev’essere un caso. E’ stato un grande musicista, ma forse il vero Bowie è nei suoi quadri e nel teatro. Non è il più grande, ma il più vero. Nel 1994 espone a Londra presso Flowers East e alla Brekeley Square Galery.
Nel ‘96 è invitato alla Biennale di Firenze.
Porta una scultura: un manichino robot impiccato a una scatola che contiene un ufo luminoso immerso in un ambiente scuro e ovattato.
Non so perché, ma a noi sembra il suo ritratto.

Un'immagine dall'ultimo singolo Lazarus

Un’immagine dall’ultimo singolo Lazarus

 

Clicca qui per sentire una selezione dei singoli di maggior successo di David Bowie

 

www.davidbowie.com

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Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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