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Arredi e dipinti antichi in asta a Vercelli da Meeting Art

LORENZO FASOLO Pavia 1463 - Genova 1518 Immagine Opera (e aiuti) Natività (1500 ca.) Tempera e oro su tavola cm 188x96,5, cornice originale; restauri. Provenienza: collezione privata, già collezione Giuseppe Armando, castello di Pocapaglia (CN) dal 1950; Antichità Pietro Accorsi, Torino. Si prega di notare che questo lotto è stato notificato dalla Stato Italiano e dichiarato di particolare interesse artistico, pertanto non può essere esportato dall'Italia. Questa pregevole tavola ha mantenuto parte dell'antica cornice con una fila di archetti lobati lungo la centina e due rose in prossimità degli angoli superiori con il retro in gran parte coperto da una fitta parchettatura. Per dimensioni e foggia la tavola doveva occupare il centro di un grande polittico ed le indagine diagnostiche eseguite nel laboratorio NIcola in occasione del restauro nel 2010 ne hanno confermato l'autenticità. L'opera presenta dati in stile immediatamente riconducibili allo stretto giro di Lorenzo Fasolo; il paesaggio sullo sfondo con la capanna, i pastori, le pecorelle e la figura del Bambino rimandano, anche nei dettagli, alla "Natività con San Francesco ed il Beato Ottaviano" della Pinacoteca di Savona, mentre la figura di San Giuseppe riprende un modello tipologico maschile ampiamente ricorrente nel catalogo del pittore (ad es. nel "Compianto" di Chiavari e nella "Genealogia della Vergine" del Louvre); l'andamento riassuntivo del segno, il colore squillante, l'arcaismo nella composizione e alcuni particolari, come il lussureggiante prato fiorito in primo piano, avvicinano la "Natività" in questione all'opera dei collaboratori dell'artista pavese e, in modo particolare, all'autore del polittico con "Sant'Anna Metterza" già nella parrocchiale di Spotorno (oggi anch'esso nella Pinacoteca di Savona) e a quello con la "Madonna e le Sante Agata e Lucia" già nella chiesa di San Francesco a Noli (oggi nella Quadreria del Seminario di Savona). Proprio l'ancona nolese (lo scomparto centrale alienato abusivamente e sostituito da un'imitazione è noto attraverso una fotografia della Fondazione Zeri, n.5929) offre i più stretti riscontri stilistici con la nostra "Natività". Il viso della Vergine è prossimo alla Santa Lucia, gli angeli accanto al piccolo Gesù sono vicinissimi a quelli alle spalle del trono della Vergine nella tavola già a Savona; legano le due opere anche la rigidità chiaroscurale dei panneggi, l'insistere sui grafismi nei capelli e nelle barbe, così come il modellato stilizzato delle mani "a forchetta". I riferimenti stilistici indicati, che si scalano fra 1495 e il 1505 circa, indicano un'esecuzione intorno al 1500, d'altronde confermata dalla forma della cornice (da confrontare, ad esempio, col polittico Pozzobello, 1493, dell'atelier di Giovanni Manzone, Savona, Pinacoteca, o con quello Bonifaci, 1503, di Nicolò Corso, Genova, Galleria Nazionale di palazzo Spinola). Anche dal punto di vista costruttivo della cornice, l'opera in esame rientra indiscutibilmente nella tipologia delle carpenterie dei polittici liguri dell'ultimo Quattrocento. L'area da cui è ragionevole ipotizzare l'origine dell'opera è quella di Genova e di Savona, le due città dove si è concentrata fra il 1480 e il 1520 ca. l'attività di Lorenzo Fasolo e dei suoi collaboratori. L'opera in oggetto costituisce una notevole e rara testimonianza della produzione pittorica ligure rinascimentale caratterizzata da una valida qualità esecutiva nonchè da un buono stato conservativo. L'opera si configura come un nuovo tassello per la conoscenza della cultura figurativa ligure-lombarda nel passaggio tra Quattro e Cinquecento ad oggi documentata sul territorio da un nucleo abbastanza ristretto di opere, alcune delle quali oramai fuori contesto. Bibl. essenziale: G.V.Castelnovi "Il Quattro e il primo Cinquecento" in "La pittura a Genova e in Liguria" I, GE 1987, pp.154-155; F.Frangi schede in "Pittura a Pavia dal Romanico al Settecento" a cura di M,Gregori, C.Balsamo 1988, pp.234-237; R.Fontanarossa "Per Lorenzo e Bernardino Fasolo" in "Artes" 6, 1998, pp.44-58; R.De Beni "Precisazioni su Lorenzo e Bernardino Fasolo" in "Studi di Storia delle Arti" 9, 1995-2000, pp.30-41. Oil on panel. Stima € 90.000/100.000 Base d’Asta € 50.000

Si parte domani, 31 ottobre, con la prima sessione dell’asta n° 800 dedicata agli Arredi e dipinti antichi che la casa d’aste di Vercelli organizza, in otto sessioni, fino al 12 novembre per un totale di oltre settecento lotti.

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Tra gli highlight del catalogo si segnalano una Natività del 1500, una scultura lignea e una crocefissione della seconda metà del 1300.

LORENZO FASOLO Pavia 1463 - Genova 1518    Immagine Opera	(e aiuti)  Natività (1500 ca.) Tempera e oro su tavola cm 188x96,5, cornice originale; restauri. Provenienza: collezione privata, già collezione Giuseppe Armando, castello di Pocapaglia (CN) dal 1950; Antichità Pietro Accorsi, Torino. Si prega di notare che questo lotto è stato notificato dalla Stato Italiano e dichiarato di particolare interesse artistico, pertanto non può essere esportato dall'Italia. Questa pregevole tavola ha mantenuto parte dell'antica cornice con una fila di archetti lobati lungo la centina e due rose in prossimità degli angoli superiori con il retro in gran parte coperto da una fitta parchettatura. Per dimensioni e foggia la tavola doveva occupare il centro di un grande polittico ed le indagine diagnostiche eseguite nel laboratorio NIcola in occasione del restauro nel 2010 ne hanno confermato l'autenticità. L'opera presenta dati in stile immediatamente riconducibili allo stretto giro di Lorenzo Fasolo; il paesaggio sullo sfondo con la capanna, i pastori, le pecorelle e la figura del Bambino rimandano, anche nei dettagli, alla "Natività con San Francesco ed il Beato Ottaviano" della Pinacoteca di Savona, mentre la figura di San Giuseppe riprende un modello tipologico maschile ampiamente ricorrente nel catalogo del pittore (ad es. nel "Compianto" di Chiavari e nella "Genealogia della Vergine" del Louvre); l'andamento riassuntivo del segno, il colore squillante, l'arcaismo nella composizione e alcuni particolari, come il lussureggiante prato fiorito in primo piano, avvicinano la "Natività" in questione all'opera dei collaboratori dell'artista pavese e, in modo particolare, all'autore del polittico con "Sant'Anna Metterza" già nella parrocchiale di Spotorno (oggi anch'esso nella Pinacoteca di Savona) e a quello con la "Madonna e le Sante Agata e Lucia" già nella chiesa di San Francesco a Noli (oggi nella Quadreria del Seminario di Savona). Proprio l'ancona nolese (lo scomparto centrale alienato abusivamente e sostituito da un'imitazione è noto attraverso una fotografia della Fondazione Zeri, n.5929) offre i più stretti riscontri stilistici con la nostra "Natività". Il viso della Vergine è prossimo alla Santa Lucia, gli angeli accanto al piccolo Gesù sono vicinissimi a quelli alle spalle del trono della Vergine nella tavola già a Savona; legano le due opere anche la rigidità chiaroscurale dei panneggi, l'insistere sui grafismi nei capelli e nelle barbe, così come il modellato stilizzato delle mani "a forchetta". I riferimenti stilistici indicati, che si scalano fra 1495 e il 1505 circa, indicano un'esecuzione intorno al 1500, d'altronde confermata dalla forma della cornice (da confrontare, ad esempio, col polittico Pozzobello, 1493, dell'atelier di Giovanni Manzone, Savona, Pinacoteca, o con quello Bonifaci, 1503, di Nicolò Corso, Genova, Galleria Nazionale di palazzo Spinola). Anche dal punto di vista costruttivo della cornice, l'opera in esame rientra indiscutibilmente nella tipologia delle carpenterie dei polittici liguri dell'ultimo Quattrocento. L'area da cui è ragionevole ipotizzare l'origine dell'opera è quella di Genova e di Savona, le due città dove si è concentrata fra il 1480 e il 1520 ca. l'attività di Lorenzo Fasolo e dei suoi collaboratori. L'opera in oggetto costituisce una notevole e rara testimonianza della produzione pittorica ligure rinascimentale caratterizzata da una valida qualità esecutiva nonchè da un buono stato conservativo. L'opera si configura come un nuovo tassello per la conoscenza della cultura figurativa ligure-lombarda nel passaggio tra Quattro e Cinquecento ad oggi documentata sul territorio da un nucleo abbastanza ristretto di opere, alcune delle quali oramai fuori contesto. Bibl. essenziale: G.V.Castelnovi "Il Quattro e il primo Cinquecento" in "La pittura a Genova e in Liguria" I, GE 1987, pp.154-155; F.Frangi schede in "Pittura a Pavia dal Romanico al Settecento" a cura di M,Gregori, C.Balsamo 1988, pp.234-237; R.Fontanarossa "Per Lorenzo e Bernardino Fasolo" in "Artes" 6, 1998, pp.44-58; R.De Beni "Precisazioni su Lorenzo e Bernardino Fasolo" in "Studi di Storia delle Arti" 9, 1995-2000, pp.30-41.  Oil on panel. Stima €	90.000/100.000	  Base d’Asta €	50.000
LORENZO FASOLO Pavia 1463 – Genova 1518 (e aiuti)
Natività (1500 ca.) Tempera e oro su tavola cm 188×96,5, cornice originale; restauri.Provenienza: collezione privata, già collezione Giuseppe Armando, castello di Pocapaglia (CN) dal 1950; Antichità Pietro Accorsi, Torino.Si prega di notare che questo lotto è stato notificato dalla Stato Italiano e dichiarato di particolare interesse artistico, pertanto non può essere esportato dall’Italia.
Stima € 90.000/100.000
Base d’Asta € 50.000

Questa pregevole tavola ha mantenuto parte dell’antica cornice con una fila di archetti lobati lungo la centina e due rose in prossimità degli angoli superiori con il retro in gran parte coperto da una fitta parchettatura. Per dimensioni e foggia la tavola doveva occupare il centro di un grande polittico ed le indagine diagnostiche eseguite nel laboratorio NIcola in occasione del restauro nel 2010 ne hanno confermato l’autenticità. L’opera presenta dati in stile immediatamente riconducibili allo stretto giro di Lorenzo Fasolo; il paesaggio sullo sfondo con la capanna, i pastori, le pecorelle e la figura del Bambino rimandano, anche nei dettagli, alla “Natività con San Francesco ed il Beato Ottaviano” della Pinacoteca di Savona, mentre la figura di San Giuseppe riprende un modello tipologico maschile ampiamente ricorrente nel catalogo del pittore (ad es. nel “Compianto” di Chiavari e nella “Genealogia della Vergine” del Louvre); l’andamento riassuntivo del segno, il colore squillante, l’arcaismo nella composizione e alcuni particolari, come il lussureggiante prato fiorito in primo piano, avvicinano la “Natività” in questione all’opera dei collaboratori dell’artista pavese e, in modo particolare, all’autore del polittico con “Sant’Anna Metterza” già nella parrocchiale di Spotorno (oggi anch’esso nella Pinacoteca di Savona) e a quello con la “Madonna e le Sante Agata e Lucia” già nella chiesa di San Francesco a Noli (oggi nella Quadreria del Seminario di Savona). Proprio l’ancona nolese (lo scomparto centrale alienato abusivamente e sostituito da un’imitazione è noto attraverso una fotografia della Fondazione Zeri, n.5929) offre i più stretti riscontri stilistici con la nostra “Natività”. Il viso della Vergine è prossimo alla Santa Lucia, gli angeli accanto al piccolo Gesù sono vicinissimi a quelli alle spalle del trono della Vergine nella tavola già a Savona; legano le due opere anche la rigidità chiaroscurale dei panneggi, l’insistere sui grafismi nei capelli e nelle barbe, così come il modellato stilizzato delle mani “a forchetta”. I riferimenti stilistici indicati, che si scalano fra 1495 e il 1505 circa, indicano un’esecuzione intorno al 1500, d’altronde confermata dalla forma della cornice (da confrontare, ad esempio, col polittico Pozzobello, 1493, dell’atelier di Giovanni Manzone, Savona, Pinacoteca, o con quello Bonifaci, 1503, di Nicolò Corso, Genova, Galleria Nazionale di palazzo Spinola). Anche dal punto di vista costruttivo della cornice, l’opera in esame rientra indiscutibilmente nella tipologia delle carpenterie dei polittici liguri dell’ultimo Quattrocento. L’area da cui è ragionevole ipotizzare l’origine dell’opera è quella di Genova e di Savona, le due città dove si è concentrata fra il 1480 e il 1520 ca. l’attività di Lorenzo Fasolo e dei suoi collaboratori. L’opera in oggetto costituisce una notevole e rara testimonianza della produzione pittorica ligure rinascimentale caratterizzata da una valida qualità esecutiva nonchè da un buono stato conservativo. L’opera si configura come un nuovo tassello per la conoscenza della cultura figurativa ligure-lombarda nel passaggio tra Quattro e Cinquecento ad oggi documentata sul territorio da un nucleo abbastanza ristretto di opere, alcune delle quali oramai fuori contesto.


Una scultura lignea della Vergine è ricavata da un unico tronco di gattice, ad eccezione delle braccia, ciascuna delle quali è scolpita in due blocchi che definiscono l’omero e l’avambraccio. Le singole parti sono tra loro unite tramite grossi chiodi e congiunte in corrispondenza del gomito da un innesto a metà legno; l’innesto doveva probabilmente permettere in origine lo smontaggio degli arti per addobbare la figura con abiti veri. La parte inferiore del tronco appare sul retro svuotata fino all’altezza dei fianchi.

PIETRO D’ANGELO DI GUARNIERI DETTO PIETRO DELLA QUERCIA Documentato dal 1370 - 1422 (attribuito a)  Vergine annunciata Gattice scolpito, dipinto e dorato, alt. cm 135; qualche mancanza, restauri e usure. Stima €130.000/150.000  Base d’Asta € 60.000
PIETRO D’ANGELO DI GUARNIERI DETTO PIETRO DELLA QUERCIA Documentato dal 1370 – 1422
(attribuito a) Vergine annunciataGattice scolpito, dipinto e dorato, alt. cm 135; qualche mancanza, restauri e usure.
Stima € 130.000/150.000Base d’Asta € 60.000

 

L'”Annunciata” è raffigurata in atteggiamento di sorpresa, mentre si volge leggermente verso la sua destra, ove doveva essere sistemato l’angelo che completava il gruppo. L’ovale del volto, caratterizzato dagli occhi spalancati e dall’espressione attonita, è contornato dalle chiome ondulate che, raccolte da un fermaglio dietro la nuca, scendono poi libere lungo la schiena. La veste, dallo scollo rotondo a rilievo con tracce di doratura, aderisce al busto e forma dalla vita in giù morbide pieghe parallele che riflettono al suolo. Essa conserva in gran parte la coloritura originaria rossa, che in corrispondenza delle gambe copre ampie zone di intelatura ed è ornata da motivi decorativi composti da fiori stilizzati disposti a scacchiera, alternativamente in nero con tracce di doratura e pallini grigio verdi e grigio verdi con pallini bianchi.
La scultura si inserisce nel nucleo attualmente noto di “Annunciazioni” lignee eseguite in Toscana fra la fine del Trecento e l’inizio del secolo successivo come opera di un artista di formazione composita, che unisce ad elementi culturali senesi aggiornamenti probabilmente maturati in direzione pisana e fiorentina. La salda volumetria e il contenuto moviemento della figura, l’espressione attonita e la resa dei capelli ondulati permettono in un generico accostamento all'”Annunciazione” della chiesa di S.Maria di Benabbio (Lucca), unica opera certa e documentata di Piero d’Angelo di Guarnieri, padre di Jacopo della Quercia, che si impegnò ad eseguirla nel 1394 (ma il contratto risalirebbe al 1393 secondo E.De Carli “Gli scultori senesi” MI 1980, pp.27-28). Un confronto più puntuale è istituibile con alcune delle teste scolpite che ornano il transetto del Duomo di Lucca, realizzate sotto la direzione di Antonio Pardini, che fu archimagister dell’edificio almeno dal 1395 al 1419. L’ovale quasi geometrico dei volti, gli occhi sbarrati dal contorno flessuoso e dalle pupille dilatate, le sopracciglia estremamente regolari, la resa delle chiome e del taglio della bocca permettono stilemi ben caratterizzati che permettono di attribuire la nostra Annunciata alle stesse mani che ressero lo scalpello per realizzare le teste lucchesi. Questa scultura rappresenta una rara ulteriore testimonianza dell’ambiente lucchese nel quale Piero d’Angelo si trovò ad operare, reduce dal soggiorno senese, a partire dalla commissione dell’Annunciazione di Benabbio fino al 1422. Un ambiente che conserva ancora per il periodo immediatamente precedente l’avvio di Jacopo della Quercia diverse zone d’ombra. Ad esempio ben poco sappiamo del gruppo della Annunciazione ordinato dal mercante Bonagiunta Schezza, morto nel 1380, scolpito da Simone di Cino da Firenze e dipinto da Angelo Puccinelli e Francesco Anguilla nel 1391. (Scheda in parte inclusa in una relazione scritta del professor Vittorio Natale allegata all’opera.)


E’ grazie allo studio da parte del professor Filippo Todini che possiamo attribuire questa Crocefissione al pittore senese della seconda metà del Trecento Cristoforo di Bindoccio.

crocefissione
CRISTOFORO DI BINDOCCIO DETTO MALABARBA Documentato a Siena dal 1361 – 1407 (attribuito a) Crocefissione Tempera su tavola a fondo oro, cm 24,4×13; entro cofanetto rivestito in velluto. Stima € 140.000/180.000 Base d’Asta € 60.000

Pittore scoperto grazie al relativamente recente ritrovamento della sua firma negli affreschi della chiesa di Santa Maria a Campagnatico (Grosseto), eseguiti assieme al collaboratore Meo di Pero nel 1393 (Cfr.: S.Padovani “Mostra di opere restaurate nelle province di Siena e Grosseto” II, GE 1981, pp.56-59).
Il dipinto, di vibrante raffinatezza, appare tra le cose migliori di questo raro artista, accanto al dittico diviso tra la collezione Canto di Milano e una raccolta londinese, al trittichetto dell’Istituto Stadel di Francoforte (n.996), ai due sportelli con figure di Santi e all’anconetta con la Maestà della Pinacoteca Nazionale di Siena.
L’eleganza delle linee del perizoma del Cristo, assai vicino agli eccelsi esempi di Francesco di Vannuccio, la delicatezza del chiaroscuro nei volti dei due dolenti, quasi degni di Paolo di Giovanni Fei, mostrano il rango assai elevato raggiunto da Cristoforo di Bindoccio in un momento particolarmente felice della sua operosa carriera, probabilmente attorno al 1380.


Un Capriccio architettonico di Antonio Joli che rappresenta un episodio della vita di Giulio Cesare ambientato all’interno di una sonora e grandiosa architettura stima 55/65 mila euro e parte da una base d’aste di € 20.000.

ANTONIO JOLI Modena 1700 - Napoli 1777    Immagine OperaCapriccio architettonico con Cesare che si reca in Senato, mentre la moglie Calpurnia cerca di dissuaderlo e il figliastro Bruto lo convince a partire Olio su tela, cm 76x102; cornice antica. Lo splendido dipinto rappresenta un episodio della vita di Giulio Cesare ambientato all'interno di una sonora e grandiosa architettura. La tela è opera di un illustre pittore: Antonio Joli, che dopo una prima formazione a Modena si trasferì a Roma nel 1720 prendendo contatti con il Pannini, dal quale trasse il gusto per la veduta con inserti archeologici. Nel 1725 è di nuovo a Modena, poi a Venezia nel 1740: qui viene influenzato dal Canaletto e dal Bellotto. Nel 1746 dipinge varie vedute di città e di monumenti tedeschi. Già nel 1744 avvia una fortunata attività di scenografo, prima in Inghilterra e poi in Spagna (dal 1749 al 1754) dove fu chiamato a servizio della corte di Fernando VI. Tornato in Italia nel 1754, si trasferì nuovamente a Venezia e nel 1755 fu tra i fondatori dell'Accademia di pittura e scultura. Nel 1759 è documentato per la prima volta a Napoli, dove rimane fino alla sua morte nel 1777. La tela appare perfettamente confrontabile con molti celebri capricci dipinti dall'artista e presenti in musei di tutto il mondo. Cfr. R.Middione "Antonio Joli" CR 1995, p.130.  Oil on canvas; antique frame. Stima €	55.000/65.000	  Base d’Asta €	20.000
ANTONIO JOLI Modena 1700 – Napoli 1777
Capriccio architettonico con Cesare che si reca in Senato, mentre la moglie Calpurnia cerca di dissuaderlo e il figliastro Bruto lo convince a partire
Olio su tela, cm 76×102; cornice antica.
Stima € 55.000/65.000
Base d’Asta € 20.000

Joli, dopo una prima formazione a Modena si trasferì a Roma nel 1720 prendendo contatti con il Pannini, dal quale trasse il gusto per la veduta con inserti archeologici. Nel 1725 è di nuovo a Modena, poi a Venezia nel 1740: qui viene influenzato dal Canaletto e dal Bellotto. Nel 1746 dipinge varie vedute di città e di monumenti tedeschi. Già nel 1744 avvia una fortunata attività di scenografo, prima in Inghilterra e poi in Spagna (dal 1749 al 1754) dove fu chiamato a servizio della corte di Fernando VI. Tornato in Italia nel 1754, si trasferì nuovamente a Venezia e nel 1755 fu tra i fondatori dell’Accademia di pittura e scultura. Nel 1759 è documentato per la prima volta a Napoli, dove rimane fino alla sua morte nel 1777. La tela appare perfettamente confrontabile con molti celebri capricci dipinti dall’artista e presenti in musei di tutto il mondo.


La coppia di tele raffigurante una scena di battaglia di Ilario Spolverini stima invece 60/80 mila euro e parte da una base d’asta di 30 mila euro.

spolverini
ILARIO SPOLVERINI Parma 13/01/1657 – 04/08/1734 Immagine Opera Battaglia Battaglia con artiglierie sullo sfondo Coppia di oli su tela, cm 130×203. Stima € 60.000/80.000 Base d’Asta € 30.000

Nella scheda del catalogo il professor Ginacarlo Sestieri scrive:  «Le due ampie “scene di battaglia” di alto livello qualitativo per inventiva e composizione sono caratterizzate da un acuto descrittivismo nelle grandi figure di primo piano. In una è rappresentato un dinamico scontro di cavalieri, con un’analitica raffigurazione di armi, corazze, elmi, vestimenti e bardature dei destrieri, nonchè un’approfondita resa fisionomica dei combattenti, i cui sguardi si incrociano minacciosi o atterriti. Nell’altra sullo sfondo della battaglia in corso, articolata con molteplici figure di formato ridotto, vediamo invece un interessante spostamento di cannoni, vettovaglie e un posto di ristoro, improvvisato dinnanzi ad una tenda con una vivandiera, un commensale e altre figure: una vera scena di genere inserita nel contesto bellico.
Una peculiarità che distingue l’autore di queste due rilevanti tele, per la spiccata attenzione realistica, analizzate nei minimi particolari, e la parallela capacità di inserirla incisivamente nel genere battaglistico, da lui specificatamente coltivato. Il filone delle Battaglie si era ormai largamente diffuso ad inzio Settecento – anni in cui si riconduce la materia pittorica e stilistica di questi due dipinti – in tutte le scuole italiane con un proficuo scambio d’influenze, spesso reciproche, e con un’intensa richiesta di committenti, nelle cui quadrerie e case patrizie non mancava il salone delle Battaglie, accanto a quelli dei Paesaggi e delle Nature Morte. Così in questi nostri due esempi si possono evidenziare nell’invenzione degli episodi, quasi sicuramente non rispecchianti episodi reali, e nel loro gusto interpretativo, intrecciate assimilazioni dei più affermati specialisti seicenteschi del settore. Quali J. Cortois detto il Borgognone, di certo punto di riferimento primario del nostro autore per la movimentata composizione generale, e di S. Rosa il cui ascendente d’idealizzazione eroica di questo tema, traspare chiaro nel succinto scontro di cavallerie in primo piano. Metre il fine non è da escludersi una sua considerazione indiretta anche per il mondo dei bamboccianti romani, per quanto concerne l’incisiva caratterizzazione figurativa dell’altra tela. Da un’esame più analitico di questi due dipinti, sia nel gusto impaginativo e sia soprattutto nella trattazione delle figure, con particolare riguardo a cavalieri, cavalli e loro posture, denuncianti una personale tipologia, permette di risalire all’autore degli stessi, ossia a Ilario Spolverini, che sia affermò a Parma ove venne nominato pittore ufficiale dei Farnese, per i quali eseguì numerosi dipinti celebrativi della corte parmense – dai fasti del papa Paolo III e del Principe Alessandro alla nozze di Elisabetta Farnese con Carlo V – tra i quali abbondano le scene militari. Lo Spolverini per le sua grandissime pitture relative ai su ricordati “fasti” farnesiani, compì una scrupolosa indagine su abbigliamenti e fisionomie dei personaggi storici ritratti, e i luoghi degli eventi rappresentati. I risultati assunsero così un rilevante valore documentario, oltre a quello pittorico e stilistico. Egli riuscì a far muovere imponenti folle, con pennellate briose che alternano la precisione dei primi piani al chiarore intermittente dei lontani, con calibrate impaginazioni in grandiosi impianti scenografici. Un effetto che si può pure ammirare in questa rilevante coppia presa in esame, da accostarsi per dimensioni, per capacità descrittive e per lo spirito interpretativo di “grande decoro”, ad alcuni esempi delle suddette committenze, di cui eseguì diverse serie, divise attualmente tra Parma e Piacenza, ed anche tra Caserta e Napoli, dove vi vennero trasferiti da Carlo di Borbone. In particolare si possono citare vari dipinti della Reggia di Caserta, rappresentanti gesta belliche dei Farnese, tutti giocati sul contrasto tra i primi piani, di più esatta ed incisiva definizione, e gli sfondi in cui sono rapidamente ma efficacemente tratteggiati gli scontri e gli spostamenti degli eserciti. Ed ancora la lunga serie rappresentante celebri battaglie dell’epoca, da quelle di Belgrado e Denherhein a quelle di Langravia, Magonza ed altre, per le quali occorre rilevare però anche l’intervento della bottega. Ancora affini al nostro pendant risultano le Battaglie” conservate ai Musei di San Martino e di Capodimonte di Napoli, quest’ultima ancora recentemente attribuita a S.Rosa. Infine sempre a probante confronto, si possono considerare alcune “Battaglie” di collezioni private, incluse nel Catalogo “Ilario Spolverini pittore di battaglie e cerimonie” a cura di R.Arisi Riccardi (Piacenza 1979, nn. cat. 11-12 e 17-18).»


La copertina del catalogo è per il lotto 240: un RARO SCRIGNO INTARSIATO IN LEGNI ESOTICI, MADREPERLA E TARTARUGA delle metà del XVIII secolo. Parte da 30 mila euro ma quota 54/60 mila.

MOBILE DEL XVIII SECOLO    Immagine OperaRARO SCRIGNO INTARSIATO IN LEGNI ESOTICI, MADREPERLA E TARTARUGA, PALERMO, META' DEL XVIII SECOLO, a doppio sportello laterale, finemente decorato su tre lati e sulla sommità con riserve centrate da vasi fioriti e volatili, montanti e bordi con tralci fioriti, profili in bronzo dorato; restauri e usure. Cm 66x50 alt. 40,5. Stima €	54.000/60.000	  Base d’Asta €	30.000
MOBILE DEL XVIII SECOLO
Immagine Opera RARO SCRIGNO INTARSIATO IN LEGNI ESOTICI, MADREPERLA E TARTARUGA, PALERMO, META’ DEL XVIII SECOLO, a doppio sportello laterale, finemente decorato su tre lati e sulla sommità con riserve centrate da vasi fioriti e volatili, montanti e bordi con tralci fioriti, profili in bronzo dorato; restauri e usure.
Cm 66×50 alt. 40,5.
Stima € 54.000/60.000
Base d’Asta € 30.000

Come conferma Alvar Gonzalez-Palacios in un paragrafo titolato “Mobili Palermitani” inserito in una recente raccolta di saggi (“Nostalgia e invenzione – Arredi e arti decorative a Roma e Napoli nel Settecento” MI 2010, pp.51-55) poco ci è dato sapere sull’ebanisteria e sull’intarsio siciliani lungo il secolo XVIII. Infatti pochi sono i confronti possibili malgrado vi siano ancora noti e notevoli esempi nel capoluogo siciliano, fra tutti le panche nell’Oratorio di San Lorenzo e il tavolo delle Governatrici nell’Oratorio delle Dame. Il grande cofano in esame presenta particolari affinità, anche per forma, in particolar modo per gli spigoli smussati, con un cassettone in collezione privata a Milano. Nel nostro caso vi è uso generoso della madreperla, arrivando a coprire quasi l’intera superficie delle riserve, in ricche composizioni di vasi fioriti e volatili con un chiaro rimando alle nature morte seicentesche. Vista la straordinaria tarsia, anche in legni rari, che riveste questo prezioso oggetto è inevitabile pensare alle meraviglie compiute dai piemontesi P.Piffetti e L.Prinotto, cui lo stesso studioso, in maniera velata, fa cenno.

Il calendario dettagliato delle sessioni d’asta

I sessione Sabato 31 ottobre 2015
Dalle ore 14:30
II sessione Domenica 1 novembre 2015
Dalle ore 14:30
III sessione Mercoledì 4 novembre 2015
Dalle ore 16:00
IV sessione Giovedì 5 novembre 2015
Dalle ore 16:00
V sessione Sabato 7 novembre 2015
Dalle ore 14:30
VI sessione Domenica 8 novembre 2015
Dalle ore 14:30
VII sessione Mercoledì 11 novembre 2015
Dalle ore 16:00
VIII sessione Giovedì 12 novembre 2015
Dalle ore 16:00

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