meeting art istituzionale
Pubblicato il: gio 19 Mar 2015
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I botti di Vittorio Sgarbi. Tutto purchè se ne parli

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Per la mostra di Vittorio Sgarbi a Bologna, «Da Cimabue a Morandi», i botti ci sono già stati, ancora prima di cominciare.

Ma sono stati in stile Sgarbi, appunto: lettere, querele, insulti. Solo che non ha cominciato lui.

Inaugurata il 14 febbraio a Palazzo Fava (per chiudere i battenti il 17 maggio), la rassegna raccoglie oltre 180 opere con un percorso espositivo che copre sette secoli di storia artistica bolognese, dal ‘200 al ‘900, in un susseguirsi di capolavori, che va dal Cimabue, preso in prestito dalla Chiesa dei Servi, alla bellissima “Annunciazione” di Ercole De Roberti e ai suoi «santini», fino al busto di San Domenico di Nicolò dell’Arca, che viene dalla collezione privata di Sgarbi.

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Ma lì in mezzo, per arrivare a Giorgio Morandi, c’è davvero di tutto, assemblato insieme con una grandezza debordante in una sequenza difficile da riassumere, visto che comprende oltre all’Estasi di Santa Cecilia di Raffaello, quadri di Giotto, Parmigianino, Guido Reni, Guercino, Domenichino, Donato Creti, Raffaele Faccioli, Renato Bertelli

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«Molte sono opere che ho comprato io e che conservo», ha spiegato Sgarbi. «Molte altre vengono da collezioni private». 17, invece, dai Musei civici di Bologna: e sono proprio queste il motivo della lite, che hanno indotto 128 storici e studiosi d’arte, con capofila il critico Daniele Benati, presidente di Italia Nostra, ma anche Tommaso Montanari e Carlo Ginzburg, a firmare un documento da indirizzare al ministro Franceschini per bloccare i prestiti alla mostra, in quanto «priva di alcun disegno storico e della benché minima motivazione scientifica, un insulto alle opere, trattate come soprammobili, all’intelligenza del pubblico, alla memoria di Longhi e Arcangeli – e naturalmente un attacco ai musei con la colpevole connivenza di chi li dirige».

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In sostanza, sostengono i firmatari, spostare tutti insieme quei 17 capolavori dalle loro sedi significa creare un grave danno di immagine a Bologna. Il dibattito è partito subito. E da quel che se ne sa, la discussione sta proseguendo con una certa enfasi, preferibilmente in tribunale, fra reciproche querele.

Sgarbi ha ribadito in tutte le occasioni che le critiche sono assolutamente immotivate, in quanto preventive, e che gli autori del documento rappresentano «la lobby bolognese dell’Università», a cui nella migliore delle ipotesi dà fastidio che venga toccata la loro materia. In conferenza stampa, ha spiegato che l’obiettivo della mostra «è quello di risvegliare questa città addormentata, rispettare l’articolo 9 della Costituzione italiana che incentiva la cultura pedagogica: pochi sanno e tutti devono sapere.

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Chi critica questa mostra dicendo che abbiamo depauperato la Pinacoteca nazionale di Bologna e gli altri musei della città, deve tornare a studiare. Deve tornare all’asilo». E poi: «Chi dice che depauperiamo la Pinacoteca dell’Estasi di Santa Cecilia di Raffaello, non sa che l’opera sarà visibile proprio perché spostata a Palazzo Fava, visto che la sala della Pinacoteca in cui è normalmente conservata è chiusa al pubblico perché attualmente oggetto di lavori».

Se l’assessore del Comune Alberto Ronchi, difende l’iniziativa («una mostra come questa serve proprio come invito ad andare a visitare le collezioni permanenti»), Franceschini, a cui era indirizzata la protesta, se n’è lavato le mani: «E’ un’occasione molto importante per parlare di Bologna. So che questa mostra ha fatto molto discutere e quando c’è Vittorio Sgarbi le discussioni sono garantite».

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Verissimo. Anzi, di solito sono molto più accese. Sgarbi ha collezionato querele e polemiche, forse persino più dei quadri che ama, a partire da quella sera al Maurizio Costanzo Show, quando una insegnante ebbe l’ardire di leggere una sua poesia che lui giudicò subito orribile.

Lei, evidentemente non sapendo con chi aveva a che fare, commentò così il suo giudizio: «Lei è un asino poetico». E Sgarbi: «E lei è una stronza!».

Costanzo lo invitò invano a chiedere scusa. L’insegnante querelò, e lui controquerelò: alla fine ci rimise 40 milioni. Federico Zeri e Giuliano Urbani lo definirono «narcisista, presuntuoso, impreparato, superficiale».

vittorio-sgarbi

 

Lui arrivò a dire «odio Federico Zeri e gli auguro la morte!», anche se poi quando questa avvenne pianse la sua mancanza. Sgarbi ha sempre esagerato in tutto.

Figurarsi nell’insulto: lasciando perdere le «capre» sparse a raffica in giro, e Vittorio Staffelli spedito al Pronto Soccorso assieme al suo tapiro, definì Oscar Luigi Scalfaro «una scoreggia fritta», il partito di Di Pietro quello «dei valori del buco del culo», Giampiero Mughini «un cornuto», il Trio Medusa dei «culattoni raccomandati», e gli elettori veneti «dei deficienti. Egoisti. Stronzi. Destrorsi. Unti. Razzisti. Evasori… Questa gente non è stupida. E’ peggio: ignorante e plebea. Il concetto di fondo è questo: questi elettori sono tutti delle teste di cazzo».

A Giuseppe Cruciani disse: «Ti piscio in testa». A Barbara d’Urso che piangeva a Domenica Cinque per il crollo di una casa a Favara in cui erano morti due bambini, l’accusò di far finta e di esibire falsa retorica. Con Marco Travaglio chissà se s’è mai chiarito. Gli disse: «Siamo un grande Paese con un pezzo di merda come te».

Il Tribunale Civile lo condannò a pagare 30mila euro. Lui: «Mi correggo. Travaglio non è un pezzo di merda. E’ una merda tutta intera». Condanna bis: altre 35mila euro.

E’ per questo suo curriculum, che la polemica bolognese sembra addirittura roba da gentleman. Dire a qualcuno che deve tornare all’asilo o che appartiene a una lobby, suona quasi come una chiacchierata un po’ vivace con degli amici, visti i suoi precedenti.

Sgarbi-Salemi

 

Il fatto è che non bisogna stupirsi di nulla. E’ sempre stato un eccentrico, visto che persino da sindaco di Salemi aveva nominato il cantante Morgan assessore all’ebbrezza e Oliviero Toscani al nulla.

Può darsi che la mostra di Bologna alla fine un po’ lo rappresenti, con questo suo «caleidoscopio di informazioni visive», secondo una definizione della critica d’arte Aurora Vasinton: «L’impressione finale è quella di essere usciti da una lavatrice figurativa».

Ma forse è anche vero, come ha lasciato capire Franceschini, che l’importante è che si parli di Bologna, che sta tornando grande, anche se ancora nessuno lo sa. E nella società dell’immagine e della tv bum bum, niente è più funzionale di Sgarbi...

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Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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  1. Edoardo ha detto:

    …. lavatrice figurativa? …. formidabile definizione!

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