meeting art istituzionale
Pubblicato il: gio 26 Lug 2012
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Intervista a Nicola Verlato

 

Nicola Verlato è nato a Verona nel 1965. Un pittore di talento che ha deciso di andarsene dall’Italia, trasferendosi negli Stati Uniti. Prima a New York, poi in California, a Los Angeles. Oltre oceano, l’artista in questione, si può dire che abbia trovato l’America nel vero senso della parola. Un paese che gli ha dato molto e che lo ha reso ancora più apprezzato come artista a livello internazionale. Un pittore affermato, diviso tra la passione per la musica e per la pittura e che pensa che il sistema accademico italiano sia ormai alla frutta (un po’ come tutto il resto qui da noi, di questi tempi..)

 

 

 

 

 

Il gioco della torre. Butteresti giù: la pittura, la scultura o la musica?

Non butterei giù proprio nulla in realtà, anzi, magari sto in una torre che ho progettato io stesso…

Te l’ho voluto chiedere come come prima cosa perché so che hai iniziato a disegnare all’età di sei anni. Che tuo padre ti ha avvicinato alla scultura da piccolo (tuo primo grande amore) e che poi hai studiato liuto, chitarra classica e composizione al conservatorio. Come mai poi hai scelto proprio la pittura come tuo mezzo espressivo?

Mah, credo di aver cominciato anche prima. A dire la verità  non è vero che mio padre mi ha avvicinato alla scultura, in realtà  sono cresciuto in campagna in una zona di origine vulcanica dove la terra era praticamente argilla, quindi mi era facile modellare tutto quello che mi pareva, in più nel giardino di casa vi erano alcune sculture di tufo, copie di sculture classiche, fatte da artigiani locali, che mi sembravano a quei tempi dei capolavori di una bellezza suprema, avevo sei anni, quindi riuscii a convincere mio padre a portarmi al laboratorio di quegli artigiani per chieder loro se potevo divenire un apprendista.
Credo che mio padre sapesse benissimo che non mi avrebbero preso con loro, ma comunque mi assecondò.
La pittura divenne quindi una conseguenza del fatto che non facevo altro che disegnare dalla mattina alla sera, e che anche allora, istintivamente, sentivo che la pittura non fosse altro che un disegno portato a compimento.

E perché non hai scelto per esempio di diventare un illustratore vero e proprio, dato che da piccolo ricopiavi fumetti e illustrazioni? E’ stato a causa della folgorazione per la Flagellazione di Caravaggio?

Sì, Caravaggio centra. In questo, ma non solo. Ho sempre amato illustrazioni e fumetti, ma li ho sempre sentiti, fin da allora, incapaci di darmi quell’intensità emotiva che i quadri dei grandi maestri riuscivano a darmi. In effetti è un fatto strutturale, le immagini prodotte dagli illustratori sono sempre a supporto di un testo, e quindi sono in se stesse incomplete, devono essere completate dalla scrittura, le immagini vere, quelle dei quadri sono complete in se stesse, non occorre essere cristiani per recepire il potere di una pala d`altare di Bellini, o avere letto la bibbia per sentire la bellezza del Davide e Golia di Caravaggio, quelle sono immagini che trascendono qualsiasi altra forma di narrazione e si impongono come esperienze assolute. Ho provato anche a fare illustrazioni e fumetti, sia chiaro, ma proprio per questo posso dire dove sta la differenza. In più il quadro occupa un posto nel mondo e contribuisce a dargli forma, si pone in relazione con il nostro corpo, mentre illustrazioni e fumetti, una volta chiuso il libro, scompaiono.

Tu sei un artista italiano trapiantato all’estero, a New York. Perché ad un certo punto hai deciso di andartene?

Mi ha sempre attratto la vitalità degli stati uniti d’America, il fatto che questo fosse un luogo dove le popolazioni fossero ancora in grado di produrre mitologie mi ha sempre affascinato moltissimo. Me ne sono andato quindi per partecipare ad un processo creativo collettivo in atto e per fare funzionare la mia formazione di matrice italo-”greco -romana” in un mondo dove questa forse puo’ avere la possibilita’ di esercitare un’influenza determinante nel dare una forma solida alle narrazioni mitologiche di questa parte del mondo.
Molti credono che io me ne sia andato per diventare americano, ma in realtà è il contrario. In una situazione dove in Italia la maggior parte di tutti i sedicenti artisti si sforzano di adeguarsi ad estetiche di matrice puritan-protestante-iconoclaste, me ne sono andato a cercare uno spiraglio in cui far germogliare il seme pagano della cultura estetica classica nella terra dove le culture puritane si sono affermate ed espanse internazionalmente. Qui a New York ho trovato un muro di cemento armato con poche crepe in cui inserirsi. Invece molti spazi aperti in California.

Come funziona il mondo dell’arte in America. Trovi che sia più semplice affermarsi?

E’ molto migliore di quello italiano perche’ non esiste la distinzione fra un mercato reale e fittizio come avviene in Italia. Qui i mercati sono vari, in alcuni casi si sovrappongono e sono tutti reali, nel senso che circolano molti soldi che provengono anche da altri paesi.
Per quanto rigurda l’affermarsi posso parlare solo della mia esperienza: credo che dipenda molto da cosa si produce, nel senso che nel mio caso ho la possibilita’ di pormi sul mercato in modo diretto facendo dipinti e figurativi, altri artisti che hanno invece la necessita’ di molti tramiti per riuscire a penetrare il mercato hanno molte piu’ difficolta’ proprio perche’ non riescono a riprodurre quel tipo di enviroment a loro necessario per avvicinarsi alle gallerie.
Il sistema americano dell’arte contemporanea in senso stretto si basa sulle universita’ dove gli artisti vengono individuati e dove si costruiscono le connessioni con il mercato e con i curatori e critici, non disponendo di questo background e’ quasi impossibile farcela.
Il campo nel quale lavoro, e’ composto al 90% da artisti che non hanno alcuna formazione universitaria, e che proprio per questo non sono stati distolti dal dipingere quadri narrativo/figurativi , questo tipo di quadri non ha bisogno di intermediari per essere apprezzato e quindi puo’ godere di quella facilita’ all’affermazione tutta americana che si basa esclusivamente sul talento e ora, grazie a internet, su di un diffuso consenso di massa.

In un’intervista hai detto che qui in Italia avevi trovato un varco nel sistema dell’arte contemporanea e di esserti lanciato? Una varco o una falla? Cosa è accaduto esattamente? Te lo ricordi?

Si, la cosa e’ andata in questo modo: per un lungo periodo di tempo avevo lavorato praticamente solo su commissione, fino al 92/93 diciamo, lavoravo per famglie nobiliari veneziane e ricchi stranieri residenti a Venezia, facendo ritratti e anche grandi composizioni, ho fatto cose di cui sono ancora adesso molto contento quadri giganteschi sui quali ho lavorato anni. Ma poi la cosa, piu’ andava avanti, piu’ prendeva un piega che non mi piaceva. Fra i miei clienti, gli aristocratici, si andavano affiancando ricchi borghesi che, salvo in rarissimi casi, cominciavano a richiedermi cose sulle quali non mi interessava lavorare. Allo stesso modo nel campo dell’arte contemporanea mi sembrava ci fosse qualcosa che si stava muovendo nella direzione che mi interessava. Una copertina di Flash art mi aveva colpito molto: un fotogramma del Re leone di Disney, una provocazione, ma mi aveva stupito che venisse posta sul piatto per cosi’ dire, per cui ho cominciato a guardarmi intorno per capire come inserirmi nel mercato dell’arte contemporanea Veneziano. Ho partecipato al concorso della fondazione Bevilacqua la Masa, l’ho vinto e ho preso la residenza negli studi. Credo di averlo vinto per il fatto che in quel momento il direttore si era dimesso e la situazione era senza una direzione chiara, cosicché in quella crepa mi sono inserito, e di crepa in crepa, spostandomi poi a Milano, ho iniziato la mia carriera nel campo dell’arte “contemporanea” italiana.

I tuoi dipinti sono pervasi di immagini allegoriche e il tuo stile riporta alla mente il classicismo ma anche il fumetto, il fantasy. Al limite della pop art, del surrealismo, dell’iper realismo. Perché questo stile e non un altro?

Non mi sono mai posto limiti, dipingo esclusivamente cio’ che mi piace e che mi eccita, non mi interessa formare uno stile. Credo che il compito dell’arte sia invece all’opposto, di stabilire un metodo che accentui tutte le potenzialita’ del mezzo che si usa e che sia quindi di abbracciare tutto il possibile nel modo piu’ ampio e potente, il risultato in termini estetici, e’ una conseguenza.

I tuoi quadri sono figli delle tue paure, delle tue ossessioni? Perché rappresenti sempre immagini così cruente, violente, forti? La morte, la solitudine, l’abbandono..

Queste sono le emozioni piu’ intense, no? Sono quelle che vogliamo vedere racchiuse in una forma per poterle contemplare, per potersi distanzia dal turbine emotivo nel quale siamo costantemente coinvolti. Detesto i quadri dove non c’e’ nulla che succede o dove invece si pretende ci siano cose che succedono a livello psicologico. La proprieta’ delle immagini e’ quella di coinvolgere lo spettatore in un modo diverso da quello della scrittura o di altre discipline, e’ inutile tentare di rappresentare uno stato d’animo rappresentando una persona seduta su di una sedia. Quello che parla nell’arte che mi interessa, sono i corpi e le azioni che questi compiono e le relazioni che questi intrattengono formando le composizioni piu’ complesse, dove i diversi piani del corpo singolo e delle sue relazioni con gli altri, forma un nodo emotivo indecifrabile e per questo continuamente ripercorribile.

Tu sei uno di quelli che non ha finito gli studi a livello accademico. Si è rivelata una scelta giusta? Lo hai fatto perché hai trovato il sistema universitario poco stimolante e limitativo?

Sicuramente sì, in Italia il sistema educativo nelle accademie è stato talmente sfigurato che non ho mai ritenuto valesse la pena frequentarlo, ho studiato architettura senza mai laurearmi detestando il sistema di insegnamento e l’unico bel ricordo che ho di una scuola di alto livello in Italia e’ il conservatorio degli anni ottanta dove ho studiato per molti anni. Spero che non sia troppo cambiato da allora.. La mia scuola vera di pittura e’ stato lo studio di un vecchio frate pittore ( Fra’  Terenzio) che ho frequentato da bambino nel monastero dei frati francescani di Lonigo.

Tornando alla tua arte. Quali sono i tuoi mentori, coloro che più di tutti ti hanno ispirato in ambito artistico?

Essenzialmente gli artisti del rinascimento e del manierismo Italiano piu’ i tedeschi e i fiamminghi di quello stesso periodo, e naturalmente l’arte greca e romana.
Fra i miei contemporanei, e soprattutto dal punto di vista etico, gente come Robert Williams e Todd Schorr o Frank Zappa che, anche se non c’entra nulla con la pittura, credo che abbia insegnato molto a tutti noi su come affrontare il mondo dei media come un uomo libero.

Ma uno come te cosa ne pensa dell’arte astratta e di quella espressionista?

Due faccie della stessa medaglia: il prodotto della ioconoclastia nord europea susseguente alla riforma protestante che ha eliminato la funzione delle immagini nella produzione del sacro: espressionismo e astrazione sono state infatti le risposte possibili, finche’  ha tenuto la legittimita’ dell’idea di quadro, in ambito protestante e puritano alla necessita’ di produrre arte per potersi porre sullo stesso livello delle grandi civilta’ storiche.
Il pregiudizio iconoclasta di origine biblica, filosofica e poi anche razionalista non puo’ tollerare il sacro delle immagini che invece non puo’ che essere esclusivamente il prodotto della parola scritta e quindi delega le mitologie prodotte dalle immagini nell’entertainment e, di converso, nell’ambito “serio”( quello delle immagini che stanno nel mondo) separa in due blocchi le componenti dell’arte classica in “astrazione” (le strutture visive interne della visione) ed in “espressione” ( la restituzione del mondo in immagine secondo una chiave unicamente soggettiva).
L’arte e’ cosi’ smontata e diventa oggetto di giudizio critico o di expertise piuttosto che di culto o di meraviglia e così perde tutto il suo potere fino alla sua scomparsa dal novero delle forze che strutturano le societa’ moderne.

E se ti dico “metafisica dell’ovvio”, tu cosa mi rispondi?

Quella è un’idea che mi e’ venuta in mente un po’ di anni fa, sembra che suoni bene perche’ ogni tanto torna. Comunque era un modo per definire una certa mia logica di comprendere come mi ponevo di fronte alla cultura di massa: l’arte contemporanea ha questa pretesa, sempre e comunque, di porsi come antagonista critico rispetto ad essa, rifiuto ironia oppure adesione distaccata etc..
Io credo che siano invece tutte forme di risentimento dell’artista di fronte al fatto di venire escluso dal sistema di produzione delle mitologie dell’oggi. Credo invece che il lavoro dell’artista sia il fatto definitivo da porre a compimento di un processo collettivo amplissimo che coinvolge tutti i media e praticamente tutti nel suo svolgersi.
I media producono un infinito numero di immagini e suoni che ora, grazie all’avvento di internet sono tutti disponibili, non vengono piu’ inghiottiti nel nulla del passaggio del tempo. Il pubblico è mosso da diverse motivazioni (i nostri desideri), individuiamo figure in quelle immagini, le seguiamo e costruiamo dei caratteri accumulando informazioni, ma questi caratteri sono ancora evanescenti sono cumuli di frammenti, pagine di giornali, frames di video etc. Quando i desideri delle persone si accumulano in una certa direzione piuttosto che un altra, producono qualcosa di simile ad un magnete rispetto a della polvere metallica , c’e’ un addensamento che si puo’ tradurre per esempio in una scultura, c’e’ una enorme produzione industriale di piccole sculture relative a star del cinema e della musica. Io vedo il lavoro dell’artista al culmine di questo processo nel momento in cui questo accumularsi di desiderio e’ talmente forte da richiedere che l’accumulo stesso diventi permanente e occupi un luogo nel mondo.
L’artista quindi invece che porsi come antagonista diviene l’ultima figura di un lungo processo che puo’ prendere anche decadi di consolidamento dei frammenti in un ente strutturato.
Se quindi dai frammenti procediamo verso l’ente si compie un processo inverso di natura metafisica.

Dove sta andando l’arte contemporanea?

Io credo che ormai l’arte contemporanea abbia fatto il suo corso, intendendo per arte contemporanea il movimento che si considera nato, principalmente, con l’opera di Duchamp.
Questo movimento che gradualmente e’ divenuto prevalente nella seconda meta’ del novecento, nella citta’ di New York in particolare, e’ stato uno strumento per formare e consolidare intorno a rituali e forme associative alcune nuove elites emergenti statunitensi che necessitavano di uno strumento di distinzione dalla massa da cui provenivano.
L’arte contemporanea, nella sua “cripticità”, bene si adattava a questo scopo ed in piu’, nel suo carattere essenzialmente iconoclasta, rifletteva anche le matrici culturali di queste nuove classi che si orientavano a divenire nuove aristocrazie .
Negli ultimi anni, paradossalmente, la cosa e’ divenuta un fenomeno di massa. Infatti, un numero sempre piu’ crescente di persone, e’ arrivata ad identificare l’arte contemporanea come un mezzo di ascesa sociale, sia per quanto riguarda gli artisti stessi che le altre figure del sistema. Il fatto e’ che quanto piu’ la cosa si e’ allargata quanto piu’ ha perso il suo significato originario fino ad implodere come e’ successo dopo il 2008.
Ora, in un momento in cui la cosa si mostra in tutte le sue contraddizioni piu’ patenti, dall’arbitrarieta’ della costruzione del valore e del consenso, ai giochi di potere che prevalgono su tutto, all’inconsistenza delle opere stesse, e alle distorsioni del mercato al limite della truffa vera e propria, si stanno aprendo altri orizzonti del tutto alternativi e inconciliabili con questa tradizione, la quale non credo mai morira’ del tutto, ma che certamente lascera’ il passo ad un sistema piu’ confacente ai sistemi di vita moderni e piu’ democratici cui sembra che la prevalenza delle persone aspirino.

So che sei un grande appassionato di musica rock e metal. Quali sono i tuoi artisti preferiti?

Ascolto molto rock classico degli anni settanta e progressive, e’ un po che non ascolto musica metal invece. Ascolto molta musica rinascimentale, William Byrd in particolare in questi giorni e anche Monteverdi.

Non hai mai pensato, anche solo per un attimo, che avresti potuto fare il musicista?

Beh sì, ma mai in alternativa al dipingere. Per un lungo periodo di tempo pero’ mi sono sentito dilaniato fra le due cose, nel senso che entrambe richiedono una grandissima applicazione per essere portate ad un certo livello, poi la pittura ha prevalso. Mi sono sempre sentito piu’ sicuro in questo campo.

Ho visto che nella tua ultima mostra a New York, dal titolo “How the West Was Won”, che si è conclusa il 5 Maggio, hai addirittura dedicato un quadro ad un personaggio controverso come Burzum, il musicista Norvegese che dava fuoco alle chiese del suo paese e che uccise il suo amico chitarrista per una disputa riguardo la casa discografica, se non ricordo male. Come mai? Continua anche a fare dischi in prigione e presto sarà libero, lo sai?

E’ gia’ libero da quello che so… mi interessava il fatto che potevo inserirlo in un possibile pantheon politeista dei giorni nostri. La mostra era organizzata intorno a questa idea del rapporto conflittuale fra monoteismo e politeismo in occidente.

A parte Burzum, come è andata la tua ultima mostra?

Beinssimo, sono molto fiero di 6 dipinti su 4, credo mi siano venuti molto bene..

Cosa ne pensi del mercato dell’arte e del valore di un’opera d’arte? In fondo tutti voi artisti sperate di riuscire a vendere le vostre opere d’arte..

Io non credo che si debba per forza vendere le opere d’arte, si puo’ essere pagati per il lavoro che si e’ fatto per esempio, come un muratore o un altro professionista: il commerciare la propria opera e’ diventato l’unico modo per vivere del lavoro d’artista solo in tempi recenti in fondo, e a partire da certe aree geografiche europee.
In ogni caso i sistemi attraverso i quali si sopravvive facendo il pittore sono tutti transitori nel tempo, ma non neutri. Credo che il mercato, cosi’ come lo conosciamo, stia cambiando e che stia andando in una direzione che mi interessa moltissimo e grazie a internet, che penalizza un certo tipo di pratiche, ( le fiere virtuali d’arte contemporanea per esempio non funzionano per nulla, cose tipo VIP…) di converso dà visibilita’ a pratiche che il sistema dell’arte contemporanea aveva del tutto marginalizzato (disegno e pittura figurativa). E’ possibile pensare che quello che abbiamo vissuto come unica possibilita’ per l’arte di manifestarsi fino ad ora, possa essere marginalizzato nuovamente con tutte le sue ridicole pratiche e distorsioni del senso dell’opera d’arte.

Progetti per il futuro? Cosa hai in mente? Nuove mostre? Nuove espressioni artistiche? Un ritorno in Italia? Prima o poi..

Sì, ho una serie di mostre in calendario compresa una in Italia da Bonelli a Milano l’anno prossimo, poi a Seattle e Londra più Los Angeles, e una serie di appuntamenti in Francia, in piu’, fra qualche mese, verra’ pubblicato e distribuito in tutto il mondo un libro monografico edito da Gingko press “From Verona with rage” che e’ gia’ in prevendita su molti website tipo Amazon etc. Spero di prendere un po’ di fiato dopo tutto cio’ e mettermi a lavorare su di un progetto a lungo corso su cui sto lavorando da un po’ di tempo che implica architettura scultura, pittura e musica. Assomiglia un po’ ad una torre, fra l’altro…

Valuta

Autore

- Giornalista pubblicista da Gennaio 2011, ha collaborato con le testate: “Jaymag”, “Trend” e “Fitnessmagazine” (edicola), “Zero2″, “Bloomriot.org”, “Ilpolitico.it”, “Mtvbrandnew.it”, “Andymag.com”, “Lisolachenoncera.it”, “Rockit”. Da Maggio 2011 è Direttore editoriale del sito di musica www.jaymag.it.


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  1. Davide W. Pairone ha detto:

    Verlato è un artista colto ed intelligente ma non condivido questa tendenza a piegare la lettura storica alle esigenze della propria produzione, della giustificazione storica della propria prospettiva. Dire che il sacro nelle immagini scompare a partire dalla riforma protestante è semplicistico e sostanzialmente errato e d’altra parte la riforma stessa affonda le sue radici nell’umanesimo e nel rinascimento. Anzi direi che proprio l’apposizione della firma (il cambiamento dello status autoriale, lo stesso concetto di arte da Giotto a Durer) comporta una scissione fra culto e contemplazione estetica (cfr. Belting ad esempio). Ma forse a ben vedere già con l’istituzionalizzazione della funzione didattica dell’immagine operata da Gregorio Magno l’arte figurativa perde quel contatto immediato con la trascendenza e diventa “segno”, a differenza della diretta emanazione divina attribuita alle icone orientali. D’altra parte il giudizio critico e l’expertise non nascono certo in area protestante e comunque ben prima del Vasari. La storia non è mai lineare o tagliata con l’accetta ma complessa, carsica, procede per accellerazioni, rallentamenti, recuperi, salti nel buio…

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