meeting art istituzionale
Pubblicato il: ven 04 Mag 2012
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Il vergognoso restyiling del Fondaco dei Tedeschi a Venezia. DALLA RINASCENZA ALLA RINASCENTE

Fondaco dei Tedeschi, interno (fonte: Panoramio)

Venezia. Sestiere di San Marco. C’è un cartello affisso in Ca’ Farsetti:

Centro commerciale nuova apertura. Antica location cinquecentesca, ampia terrazza panoramica. Vista Ponte di Rialto. Luminoso piano sopraelevato, moderne scale mobili, 6800 m2 di negozi a due passi dal Canal Grande. Restyling by Rem Koolhass.


Chi ta cagà Kulas?” chiede sor Loredan di passaggio. “Kulas, ti gà e moròidi in testa?” fa eco messier Vernier lì accanto. Ai veneziani non sembra piacere la cosa.

Giungono sussulti dall’antica DominanteSerenissima Venezia sospesa tra acqua e cielo: gli Alamanni girano sperduti tra i fonteghi. Giorgio Spavento, progettista lagunare, vaga senza meta tra calli e callette. Lo Scarpagnino, puro artefice rinascimentale, si getta disperato nella Giudecca. Fra’ Giocondo, umanista domenicano, predica misura ed equilibrio nel sotoportego. Girolamo Tedesco, abile architetto, cammina per la fondamenta progettando vendetta.

Qualcuno invece è entusiasta e saltella felice per campi e campielli: non vede l’ora di comprare gli ultimissimi pantaloni targati Sisley. Magari scrivendoci pure un editoriale coi fiocchi come Tonelli su Artribune – marzo/aprile 2012 a cui par non veder l’ora d’ammirare quel simbolo di trasformazione rappresentato dal megastore in centro a Venezia, “episodio di speranza” grazie ad “un sindaco illuminato” (che tra i suoi 19 incarichi difende gli interessi della famiglie più importanti della zona tra cui Benetton) “contro gli strali dei (feticisti) Salvatorisettis di turno”.

Fondaco dei Tedeschi, si intravede il Ponte di Rialto (fonte: Panoramio)

L’antica location cinquecentesca alla quale Tonelli si augura “nuove prospettive in un angolo stereotipato e stancamente turistico” non è nient’altro che il Fondaco dei Tedeschi, dimora ed emporio commerciale dei mercanti teutonici, già esistente nel XIII sec. Distrutto totalmente (non “l’hanno buttato giù” volontariamente) da due incendi, 1478 e 1505, viene ricostruito tra il 1505 e il 1508 e affrescato da Giorgione e Tiziano. Monumento artistico architettonico della Rinascenza. Cinquecento anni dopo: voilà… la Rinascente.

Il Consilium Sapientis presieduto dai dogi Benetton compra il benestare di Sua Serenità Orsoni per 6 milioni di euro (“un contributo di denaro a beneficio pubblico”, il Sindaco lo definisce “scambio urbanistico”) affidando lo scempio del “restyling” all’archistar fiammingo Rem Koolhaas con lo scopo di trasformare il Fontego “in un megastore di forte impatto simbolico”.

Considerazioni:

1) Che palle questi archistar.

2) Nel nome di archistar si copre e giustifica merda (d’artista).

3) Qualcuno si confonde assai: pensa che le botteghe artigiane della Republica de Venesia abbiano lo stesso impatto sensibile-visivo di negozi ultra moderni. Non sono la stessa cosa pur avendo la stessa valenza commerciale.

Perchè non fare un semplice e sobrio restauro riqualificante mantenendo quello che è l’edificio nella sua arte e nella sua storia dando spazio alle botteghe dei fabri o dei tentor, dei boteri o dei marangon?

Questo avrebbe un senso ma non fa profitto. Perciò: non s’ha da fare.

Non s’ha da fare neanche lo scempio riqualificante. Almeno per adesso. Grazie a Italia Nostra, alla Soprintendenza e grazie pure ai Salvatorisettis che denunciano sui giornali e in giro per la decrepita penisola il solito italico degrado.

Meno male che Settis c’è potrebbero cantare gli italiani in coro migliorando i toni patetici di feticisti idolatri d’un tempo.

Grazie a Dio o al Salvatore di turno, Stella o Settis d’Italia, che qualcuno sensibilizzi l’opinione pubblica su vergogne e degrado dei nostri beni.

Cemento e speculazione. Questo è lo schifo che sfregia la nostra bella prostituta romantica. Interessi, politica, potere insieme nell’orgiastico stupro nel nome di mammona. Palazzi, chiese, poi valli e paesaggi e giù a violentare Italia, nostra “Meditazione risorgimentale”.

Francesco Hayez, La Meditazione (allegoria dell’Italia), 1850

Tornando alla Regina dell’Adriatico e la sua Rinascente illegale*… sorgono spontanee domande:

Cosa c’entrano “modernità” e “immobilismo di vedute” (parole del Sindaco) nel fare una Rinascente stravolgendo spazi e razionalità dell’edificio?

Che bisogno c’è di saziare i disturbi ossessivo-compulsivi dicasi oniomania di stupidi turisti nella fiaba della città?

Perchè compiacere il consumo di bellezza bulimico fatto di inchini di bestie fatte a persona o a navi da crociera?

Bisogna sempre vendersi come puttane ai privati?

Bisogna sempre svendere i nostri gioielli (di famiglia)?

Chiunque (persona normale) voglia visitare Venezia non lo fa per acquistare pantaloni, maglioni o mutande all’ultima moda ma per lasciarsi sedurre lentamente dall’unica città al mondo sospesa tra terra e acqua dove arte e natura convivono in un incantato equilibrio: l’armonia tra artificio e paesaggio.

Un anonimo scrittore veneziano scriveva: “Questa è quella città che rende stupore a tutto il mondo… Dal desiderio di tornare a lei portan tutti quelli che partono da lei, prese nome di Venezia, quasi che con dolce invito ella dica a chi si parte: Veni etiam – torna di nuovo“.

Comprare un paio di mutande si può fare ovunque, passeggiare sulle acque lo puoi fare solo qui. Se qualcuno preferisce le mutande è bene che se le tolga in fretta e se ne vada a cagare. O almeno se ne stia a casa e non torni di nuovo

 

 

Rinascente illegale: denuncia di Italia Nostra – art.170 del Codice dei Beni culturali (uso incompatibile con il carattere storico o artistico o pregiudizievole per l’integrità del monumento) e art.635 del Codice Penale (deterioramento di cose di interesse storico o artistico).

Luca Zuccala

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Autore

- Giornalista, ha studiato filosofia estetica e storia dell'arte presso l’Università degli Studi di Milano


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