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Pubblicato il: dom 04 Nov 2018
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Il mistero inafferrabile di Osvaldo Licini. Il suo sogno (la sua pittura) alla Guggenheim di Venezia

Personaggio e la luna, 1949, olio su tela, © ArtsLife

Sulle cime di un altro dove. L’arte di Osvaldo Licini è un sogno appartato che parla di una possibile futura libertà. E’ il 1958 e nella sala personale dell’artista alla Biennale di Venezia viene immortalata Peggy Guggenheim tra le opere in esposizione. La fotografia evoca simbolicamente nell’immaginario collettivo un evento che consacra definitivamente la parabola di Licini nell’Olimpo della storia dell’arte: per la prima volta la Giuria Internazionale della Biennale conferisce a un italiano il Gran Premio per la pittura. Il riconoscimento anticipa la prematura morte e a sessant’anni da quell’emblematico 1958 la Collezione Peggy Guggenheim dedica un importante retrospettiva che ricorda il grande maestro grazie alla cura di Luca Massimo Barbero, dal 22 settembre 2018 al 14 gennaio 2019.

Ritratto di Nanny, 1925, olio su tela,© ArtsLife

La scommessa del progetto curatoriale mira a restituire coerenza alla commistione stilistica e tecnica che fermenta nel percorso artistico di Osvaldo Licini (1894-1958) riproposto in 11 sale per più di 100 opere. La figurazione si fa astrattismo geometrico, per poi trasformarsi e sfaldarsi in miraggi onirici in cui numeri e linee costruiscono le fisionomie di misteriosi personaggi. Protagonista del modernismo italiano e internazionale, Licini fa della poesia e della pittura i due principali interlocutori della sua ricerca esistenziale tormentata e dirompente: caratterizzato da una fragile intelligenza sensibile restituisce il mondo attraverso una visione mai completamente afferrabile, sogno primordiale e mitico, denso di suggestioni filosofico-letterarie.

Chi cerca suole mai trovar certezza. | Io cerco spesso senza mai trovarla | una certezza dove poter gettare tutte le forze d’una mia lontana | miracolosa vita forse sognata | forse trascorsa un poco troppo | col cuore nella mano | col cuore e col pensiero nella mano | un poco troppo bella dell’anima | ch’io cerco ancora | senza mai stancarmi | troppo sperando d’incontrarla un giorno.

(Osvaldo Licini, Poesia senza data)

Paesaggio marchigiano, 1928, olio su tela, © ArtsLife

Mai identificatosi con movimenti o gruppi, Licini vive la sua vocazione artistico-spirituale in maniera appartata e indipendente ma mai estranea ai fermenti e agli sviluppi internazionali. Bologna costituisce il primo crocevia culturale con cui misurarsi, dalla conoscenza con Giorgio Morandi alla collettiva antiaccademica del 1914, allestita all’Hotel Baglioni, definita la “mostra dei secessionisti”, in cui espone insieme alle opere dei più fomentati futuristi come Boccioni, Carrà, Marinetti e Russolo. E’ però grazie ai ripetuti soggiorni parigini, tra il 1917 e 1925, che il grande maestro viene in contatto con il vivace ambiente artistico internazionale: frequentando il quartiere di Montparnasse, il salotto del Cafè La Rotonde ed esponendo ai Salon conosce Picasso, Cocteau, Kisling e Modigliani. Le colline marchigiane di Monte Vidon Corrado -suo paese natio- rimangono, tuttavia, un rifugio necessario e immutabile che costituisce l’orizzonte privilegiato in cui dare forma alla propria espressione: ricco delle varie suggestioni con cui si è venuto a misurare, appartengono alla prima fase figurativa degli anni ’20 “Paesaggio con l’uomo (Montefalcone)”, “Paesaggio marchigiano (Il Trogolo)”, “Paesaggio n.2”, “Paesaggio fantastico (Il capro)” in cui il paesaggio diventa campo principale di sperimentazione tecnica e medium ideale per liberare la percezione sensitiva fortemente in linea con la suggestione leopardiana di vedere oltre quanto percepibile.

L’arte è per noi di natura misteriosa e non si definisce. Confessiamo che la bellezza sfuggirà sempre ai nostri calcoli. Ed è bene che sia così. Come tutte le cose della natura, enigmatica, menzognera, bella, ma con frode. L’importante è che la menzogna sia geniale.

(Osvaldo Licini, Poesia senza data)

Castello in aria, 1933, olio su tela, Ritratto di Nanny, 1925, olio su tela, Personaggio e la luna, 1949, olio su tela, © ArtsLife

Gli anni ’30 inaugurano il passaggio all’astrattismo e al razionalismo a cui Osvaldo Licini si dedica come forma di evasione dal realismo supportato dal fascismo: raccogliendosi attorno alla Galleria “Il Milione” dei fratelli Gino e Peppino Ghiringhelli espone nel 1935 a fianco di Fausto Melotti e Lucio Fontana. Alla II Quadriennale di Roma, nel medesimo anno della frequentazione milanese, presenta “Castello in aria”, “Stratosfera” e “Il bilico” con cui sancisce il definitivo abbandono della figurazione del vero. Sebbene le opere costituiscano una notevole e radicale trasformazione rispetto agli anni precedenti continuano a vibrare di quel lirismo esistenziale che tanto aveva caratterizzato le prime produzioni conferendo alle geometrie vivace emotività.

La pittura è l’arte dei colori e delle forme, liberamente concepite, ed è anche un atto di volontà e di creazione, ed è, contrariamente a quello che è l’architettura, un’arte irrazionale, con predominio di fantasia e immaginazione, cioè poesia.

Osvaldo Licini, Lettera aperta al Milione, 1935.

Amalassunta con sigaretta, 1951, olio su tela, © ArtsLife

Gli anni della maturità, 1940-1950, fioriscono tra astrazione e figurazione e trovano la più piena realizzazione nelle iconiche figure dell’Amalassunta e degli Angeli ribelli. Lettere e numeri compongono rebus misteriosi venendo trasposti da segno linguistico a segno grafico: risalgono proprio agli anni ’40 i contatti con Franco Ciliberti, filosofo e storico delle religioni, che con il suo Movimento Primordiale esercita un’importante influenza a livello teorico su Licini. Finalmente con le fisionomie antropomorfe dell’Amalassunta, la Luna incarna il mistero di Licini come un’amica argentea ed eterna a cui confidare gli affanni della propria anima stanca. La scelta del nome richiama l’assunzione della Vergine ma il gioco di parole a-maleassunta potrebbe tradire questa prima impressione. Amalasunta era anche il nome della regina ostrogota che nel VI secolo divenne reggente per il figlio Alarico e di fatto regina, nella tradizione viene venerata come signora dell’oltretomba, ma anche come colei che governa i parti e le maree, le nascite e le rinascite. Amalassunta fuma, ammicca, ostenta posizioni irriverenti conciliando ironia, retorica del sacro e profondo sentire emotivo. Presentato alla XXV Biennale di Venezia del 1950 il ciclo della Luna-Amalassunta consacra la nascita di un vero e proprio mito dell’artista.

Amalassunta n.1, 1949, olio su tela, © ArtsLife

Finalmente oh, finalmente sono arrivati | gli angeli a cavallo precursori dell’anima mia | in silenzio per bussare alle porte di questo cuore mio | tanto indurito nella speranza di vederli un giorno | finalmente arrivare a piedi e a cavallo da in mezzo al cielo con le loro spade di seta | fiammeggiante da mezza estate in pieno mezzogiorno puntate verso il mio cuore da sembrare angeli | strani al mondo vestito di blu.

Osvaldo Licini, 1954

Finalmente sono arrivati gli Angeli, in realtà sempre presenti nel percorso siderale di Licini -fin dal 1919 con “Arcangelo Gabriele”- ma mai così potenti e prorompenti, lirici, contemplativi, ironici e dissacranti. Sono creature fantastiche ribellatesi al divino con Lucifero ma che nulla hanno di inquietante o sinistro, sono anzi salvatori erranti che solcano sfondi di campiture accese, esempio di volontà di superamento dei limiti imposti, malinconici compagni dall’anima vibrante.

Grazie alla conoscenza con Giuseppe Marchiori, critico amico fin dagli anni ’30, Osvaldo Licini arriva alla XXIX Biennale di Venezia dove, in un allestimento di Carlo Scarpa, propone l’intera sua parabola artistica fatta di sogni inafferrabili e inquietudini esistenziali, seguito fedelmente dalle sue creature fantastiche, compagne di una storia che ancora vibra e si nutre delle suggestioni del cosmo:

Che un vento di follia totale mi sollevi.
(Osvaldo Licini, Poesia senza data)

Angelo ribelle con cuore rosso, 1953, olio su tela, © ArtsLife

Informazioni utili

OSVALDO LICINI. Che un vento di follia totale mi sollevi

Collezione Peggy Guggenheim,
Dorsoduro, 701-704, 30123 Venezia
22 settembre 2018 – 14 gennaio 2019

Ingresso alla collezione: intero euro 15; seniors euro 13 (oltre 65 anni) studenti euro 9 (entro i 26 anni);
bambini (0-10 anni) e soci ingresso gratuito. Il biglietto dà diritto all’ingresso alla mostra, alla collezione permanente, alla Collezione Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof e al Giardino delle Sculture Nasher.

Tutti i giorni alle 15.30 il museo organizza visite guidate gratuite alla mostra. Non è necessaria la prenotazione.
Orario: 10 – 18; chiuso il martedì.

info@guggenheim-venice.it / www.guggenheim-venice.it
Tel. 041.2405440/419

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