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Pubblicato il: mar 12 Giu 2018
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Kiss Me, Kate: grande successo a Ravenna per il musical di Cole Porter

Kiss Me, KateKiss Me, Kate: grande successo a Ravenna per il musical di Cole Porter

Ravenna, un caldo pomeriggio di giugno: teatro Alighieri gremito anche per il matinée di Kiss Me, Kate, musical di Cole Porter presentato all’interno della corposa proposta del Ravenna Festival, il cui programma, tutto di alto livello, prosegue fino al 22 luglio prossimo.

E proprio un caldo pomeriggio di giugno del 1948 ed un teatro fanno da sfondo alla storia.
Una compagnia di attori sta allestendo una versione musicata de “La bisbetica domata”: le schermaglie amorose fra Petruchio e Katherine, i due protagonisti della commedia shakespeariana, riflettono in scena quelle che dietro le quinte si riattivano tra Fred, l’egoriferito regista/protagonista maschile, e l’ex moglie Lilli, famosa attrice capricciosa e volubile.
In parallelo, affiorano incomprensioni anche fra Bill e Lois, coppia “spalla” più giovane e naif, reclutata per interpretare Lucentio e Bianca.

Scritto da Samuel e Bella Spewach – non a caso all’epoca coniugi in crisi – il libretto venne proposto a Cole Porter, che, spaziando dall’operetta allo swing, ne scrisse musiche e liriche col tipico piglio provocatorio e irriverente, in netto contrasto con le connotazioni socio-razziali che la ditta Rodgers e Hammerstein stava imprimendo al musical americano.Kiss Me, KateAndato in scena per la prima volta nel 1948 e diventato inaspettatamente un successo di pubblico e critica (il primo a ricevere come miglior musical il Tony award, riconoscimento istituito proprio quell’anno), Kiss me, Kate è uno dei più riusciti esempi di metateatro, un perfetto sistema di scatole cinesi, un’intricata teoria di specchi dove ogni cosa è riflesso e antitesi di un’altra: realtà e finzione, elitarismo e populismo, verità e menzogna, passato e presente, lirica e pop.
Eppure questi dualismi non decretano mai un vincitore: c’è posto per tutto, anche perché tutto, in fondo, viene dissacrato, persino il Bardo (una delle canzoni più gustose, cantata da due improbabili gangster, consiglia di ripassare Shakespeare se si vuole rimorchiare).

Cole is a naughty boy” pare abbia detto la madre di Porter alla prima di Broadway. E settant’anni dopo, nell’era del “politically correct” e in piena espansione del movimento #MeeToo, riesce difficile pensarla diversamente: Kiss me, Kate è quanto di più anacronistico e a tratti misogino possa oggi immaginarsi.

Un’opera in cui la donna – proposta solo nelle due varianti “pazza isterica”/ “oca giuliva” incarnate dalle due protagoniste – è sostanzialmente alla berlina del Maschio. Potrà anche urlare, scalciare, picchiare, ma in definitiva vorrà solo essere raddrizzata dal marito e tornare da lui con la coda fra le gambe (I’m asham’d that women are so simple canta a fine spettacolo quella che fino a un secondo prima era stata l’indiscussa primadonna).Kiss Me, KateMa è proprio nel clima che stiamo vivendo, in cui persino i revival dei vecchi musical americani sono accusati di reiterare dinamiche di coppia (apparentemente) superate, che riproporre classici come Kiss me, Kate (ne è prevista una riedizione a Broadway nel 2019) senza introdurre correttivi didattici rappresenta un atto di onestà artistica: sono opere pensate per il loro tempo, il dopo guerra, in cui era possibile creare senza temere lo spettro dello stereotipo, al solo scopo di intrattenere il pubblico, produrre successi e fare soldi (esattamente come oggi, solo che lo si ammetteva senza ipocrisie formative).

>> La versione della Opera North, ormai ben oliata dal 2015 e in queste repliche italiane rigorosamente in lingua originale con sovratitoli, inscena senza pecche l’impianto sfacciato e al contempo evocativo di questo musical, di cui ripropone l’orchestrazione originale, recuperata per miracolo qualche anno fa presso lo studio legale del Cole Porter Trust.

Il fascinoso Quirijn de Lang negli istrionici panni di Fred/ Petruchio ricorda un Kenneth Branagh che non si prende troppo sul serio e, anche grazie alla potente voce baritonale, ha i suoi momenti migliori nei due divertissement finto-rinascimentali Were thine that special face e Where is the life that late I led? Suo perfetto contrappeso è Stephanie Corley (Lilli/Kate), una bisbetica che non sconfina mai nella farsa e la cui caratura, anche vocale, riesce a fluttuare tra l’effetto comico e l’intenzione più profonda.

Zoe Rainey (Lois/ Bianca) e Alan Burkitt (Bill/ Lucentio), che formano la seconda coppia, sono secondi solo per minuti di presenza e, almeno in un’occasione a testa, riescono a rubare la scena ai due protagonisti: lei nella maliziosa Always true to you in my fashion, lui nel vulcanico assolo di tip tap in Bianca, uno dei momenti più graditi dal pubblico.Kiss me, Kate! A Ravenna Shakespeare incontra Cole PorterLo spettacolo brilla anche per l’agile staging, che dimostra quanto il teatro possa ancora regalare effetti “speciali” soltanto spostando una quinta o giocando con le luci. La scenografia delle parti cinquecentesche (quella “allestita” e quindi più propriamente parodistica) evita di calcare la mano sul grottesco, come è spesso avvenuto in produzioni passate, e ai cartonati da recita scolastica preferisce vivaci e imponenti arazzi, ben più illuminanti sulle circostanze di tempo e di luogo.

Uno degli accorgimenti registici più interessanti è sicuramente il “trucco” nell’incipit del secondo atto (tradizionalmente avviato con la famosa Too darn hot): onde evitare quel fastidioso effetto scollante che si crea nel pubblico dopo aver ripreso posto, il secondo atto riprende esattamente dov’era finito il primo. Una sorta di breve replay, di “previously” mutuato dalla televisione, che conferma come la perfetta macchina ad orologeria delle soluzioni sceniche non necessiterebbe di pausa alcuna e che l’intervallo, più che per trasformare la scena come abitualmente avviene in teatro, è servito solo per farci fare bere un caffè.

Opera North
Kiss Me, Kate
commedia musicale in due atti

libretto di Bella e Samuel Spewack
musica e versi di Cole Porter
edizione critica a cura di David Charles Abell e Seann Alderking
in collaborazione con Tams-Witmark Music Library Inc., New York

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