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Pubblicato il: gio 24 Mag 2018
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Patrimonio S.p.A. Lo spauracchio della mercificazione della cultura

© PHOTO ANDREAS SOLARO

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Che il MIBACT versi in condizioni di difficoltà è una cosa che, in privato, confermerà qualunque suo funzionario o dipendente.

Che la “per fortuna” enorme mole di patrimonio culturale di cui il nostro Paese si fregia sia difficile da gestire secondo gli attuali modelli è altrettanto chiaro. È necessario creare un nuovo dibattito sul tema della gestione del Patrimonio, perché gli strumenti sinora utilizzati (Fondazioni, Partecipazioni-Pubblico-Private, ecc.) non hanno dato sempre buoni risultati.

Perché non dare in concessione la gestione di parte del patrimonio ad una Società per Azioni quotata in borsa? La retorica prevede che una valida obiezione a questa proposta risieda nell’interesse collettivo che un privato non potrebbe garantire al pubblico.
Ma questa visione è miope e faziosa.
L’interesse del privato in questo senso coinciderebbe con l’interesse pubblico: valorizzare il bene, tutelarne il valore, aumentare i profitti derivanti da una corretta gestione.

Lo spauracchio della mercificazione dell’arte e della cultura è ancora uno spettro che si aggira, silenzioso quanto insidioso, negli ormai desueti salotti culturali e nelle convinzioni di molte persone che, ad oggi, si affacciano al Patrimonio Culturale con interesse.

L’idea che un oggetto o un immobile che produca o possa produrre dei benefici collettivi smetta di farlo se la sua proprietà diviene privata è quasi una convinzione comune, ma perché questo divenga un assioma è necessario estendere il discorso e procede con un atteggiamento forse anche un po’ controintuitivo.
Perché affermare che se un privato entra in possesso di un bene, questo smette di generare benefici collettivi, implica affermare che se un bene diviene pubblico allora inizia (o riprende) a produrre questi effetti. Ma sarà vero?

A guardare dallo stato in cui versano tantissimi monumenti e opere d’arte di pertinenza pubblica (incluse le numerosissime opere stivate nei depositi museali), non sembrerebbe. Certo quelle opere, potenzialmente, potranno essere esposte e quindi diventare di pubblico dominio, ma fino a quando questo non accade, il Pubblico, di fatto, sembra comportarsi esattamente come comunemente si crede facciano i privati.

Ma i beni culturali, sono beni particolari, e non basta che “esistano” perché producano davvero un beneficio collettivo. Non basta, insomma, che sia garantito l’accesso al pubblico ad un’opera d’arte o ad una collezione perché questa possa concretamente generare un beneficio sociale. Perché questo accada, è necessario che tale opera venga valorizzata. E qui il discorso si fa molto più ampio: si possono davvero considerare “motori di un beneficio collettivo” i preziosi (eppur incomprensibili ai più) resti archeologici, segni materiali della nostra storia? Si possono davvero considerare “luoghi per la crescita della conoscenza” i piccoli musei di provincia impolverati?

Siamo davvero sicuri che l’apparato statale e territoriale (che è lo stesso che genera tutti i disservizi che qualsiasi italiano e aspirante tale conosce) rappresenti la migliore organizzazione per gestire e valorizzare i nostri beni culturali?

E allora partiamo da una provocazione, se vogliamo definirla tale. Partiamo dall’ipotesi che ci sia una Società per Azioni, partecipata, in misura minoritaria dal MIBACT. Immaginiamo che a questa società vada in concessione la gestione di un importante monumento storico-architettonico italiano. Chiamiamolo, per semplicità, Colosseo.
All’interno della Patrimonio S.p.A. (giusto per richiamare un brand noto), potrebbero esserci varie società, che partecipano attivamente alla gestione del Monumento, che provvedono a curarne il verde pubblico, e così via.

Ora immaginiamo che quella società venga quotata in borsa. Su che cosa si misurerebbero i suoi utili? Sui flussi di visitatori e sugli incassi (come avviene ora). Sulla qualità dell’esperienza culturale offerta (questo non viene ancora misurato in dettaglio). Sulla capacità di generare valore aggiunto (i famosi servizi aggiuntivi) e sul livello di sentiment degli operatori finanziari (che sarebbero quindi influenzati da prospetti, e dalla credibilità del Colosseo nel breve e medio periodo).
Sarebbe davvero una così grande deriva?

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Autore

- Partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale


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Displaying 1 Comments
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  1. giorgio bonomi ha detto:

    Sono pienamente d’accordo con Monti: ma mi spingerei più avanti. Darei a società quotate anche gli ospedali e le scuole, così sarebbero efficienti e i costi non graverebbero sulla collettività. Ed ancora di più: visto che Monti insegna in una Università Pontificia, perché, dato che tra i compiti della Chiesa c’è anche quello di provvedere ai poveri,non propone al Vaticano di affittare qualche volta San Pietro per una festa da ballo o i gioielli pontifici a qualche signora per serate?
    Lo so che è difficile, ma ci vuole coraggio, come quello qui manifestato da Monti.
    Giorgio Bonomi

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