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Pubblicato il: lun 23 Apr 2018

Ironia e fallimento. Le Lettere (1929-1940) di Samuel Beckett. Un vero e proprio evento editoriale

Samuel Beckett

Samuel Beckett

Mentre scende la sera su Antibes – una sera primaverile e francese, ossia elegante e un po’ altera – mi rendo conto che scrivere qualcosa (di giornalistico, ma non solo) su Samuel Beckett è un’impresa difficilissima, destinata nel migliore dei casi a un fallimento con toni grotteschi. Perché lui, come nessun altro, ha saputo incarnare lo scrittore (in qualche modo manifesto seppur segreto) del Novecento; perché lui, come nessun altro, ha saputo potare inesorabile ogni parola non necessaria, fino ad arrivare in alcuni casi che si possono solo definire “assoluti” al puro silenzio, come per esempio alla fine de L’ultimo nastro di Krapp. Perché i suoi testi sono così carichi di densità e di consapevolezza da rendere quasi impossibile (o inutile, o ridicolo, scegliete pure voi l’aggettivo) dire “altro”. Anche per questi motivi la pubblicazione per Adelphi  – casa editrice che in Italia fa un lavoro che oggi non riesce a fare nessun altro, per respiro, diversità e complessità – del primo volume delle Lettere di Beckett è un evento editoriale vero, di portata così vasta da necessitare di quattro curatori internazionali, a cui si affianca, per l’edizione italiana, Franca Cavagnoli. Il primo tomo copre il periodo giovanile dello scrittore, tra il 1929 e il 1940 ed è, come sottolinea la prefazione, un’ampia occasione (500 sono le pagine del libro) per incontrare la voce di Beckett in un periodo nel quale “la sua attività pubblica non ardisce ancora farne uso”.

E, di conseguenza, per questi altri motivi, decido di provare a scrivere comunque qualcosa su di lui, sperando che il teatro Anthéa, la cui struttura in cemento e vetro comincia a prendere luce e vita proprio a quest’ora sotto il mio balcone, possa avere, più che una funzione di ispirazione, almeno pietà di me.

Samuel Beckett, Lettere 1929-1940

Samuel Beckett, Lettere 1929-1940

La voce di Beckett, si diceva, che, anche per le modalità di costruzione delle lettere, è piena della sua consapevolezza di scrittore (e il fatto che i testi contengano innumerevoli volte i dubbi su questa scelta e le ricorrenti incertezze legate alla fatica del distillare delle frasi, se non addirittura delle singole parole – “L’idea stessa di scrivere mi sembra, come dire, grottesca”, scrive a un certo punto – è una ulteriore conferma di tale consapevolezza) già si nutre di sistemi di riferimento, come quello che potremmo definire “escrementizio”, che saranno poi cruciali nella poetica dello scrittore e drammaturgo che verrà (“Le lettere – si  legge nella lunga introduzione al volume, firmata da Dan Gunn – sono, come è sempre più chiaro, non soltanto il mezzo, ma anche il fine, grazie al quale la strada bloccata del presente diventa, nello scrivere, l’autostrada sgombra di un futuro”).

Beckett, a proposito di se stesso, parla di “aspermatismo mentale” (in relazione alla “masturbazione mentale”, che lui riferisce al collega Aldous Huxley), poi, in una lettera del 4 agosto 1932 da Londra al suo corrispondente più intimo, Thomas McGreevy, in qualche modo, carica di qualcosa che potremmo chiamare “ottimismo”, forse definisce meglio il concetto: “Se riuscissi a inventarmi dei pretesti per scrivere una poesia, un racconto, qualsiasi altra cosa, starei bene. In verità credo di stare bene. Ma a volte mi terrorizza l’idea di essere guarito dal solletico della scrittura. Immagino che sia questo posto fornicante con il suo clima fornicante. Tuono letale e pioggia a torrenti”.

Poi, con un colpo di genio che semplicemente scavalca a piè pari tutto Proust, la lettera prosegue così: “Oggi pomeriggio ero seduto in St. James’s Park su una sdraio da 2 pence e mi sono debitamente commosso, fin quasi all’occhio lucido, per un bambino che giocava a ‘bus vuoti’ con una bambinaia, dalla stessa identica espressione tipo granito sgretolato, che aveva la mia prima di sposare il giardiniere e diventare polipara, e la chiamava Tata. […] Presto manderò un cablo a mia madre che venga a darmi il bacio della buonanotte”.

Dire che il senso dell’intero Novecento letterario sia, cripticamente quanto volete, espresso in queste poche righe, è forse troppo. Ma di una buona parte perché no? Samuel Beckett, il giovane Samuel Beckett di queste lettere, probabilmente risponderebbe “Tant piss” e anche questo sarebbe coerentemente novecentesco (e, dato non trascurabile, oggi l’aggettivo del secolo scorso ha senso compiuto proprio attraverso Beckett, che lo ha in buon parte forgiato parola su parola su parola. Quindi tutto si ricompone in un circolo che è divertente, seppur non particolarmente originale, definire “assurdo”. E ci fermiamo qui, con saluti e ossequi a James Joyce).

Samuel Beckett

Samuel Beckett

Le Lettere completano l’opera di Samuel Beckett, la arricchiscono, diventano “opera” a loro volta (perché lo scrittore silente per antonomasia qui “parla”, e parecchio) e ci dicono di una vocazione univoca, per quanto perennemente insicura, verso la letteratura che ha un unico pari nel XX secolo, il vero companion dell’irlandese: Franz Kafka, che pure mai compare in tutte queste missive (salvo che in una nota dei curatori, senza alcun diretto riferimento al testo beckettiano). “Le lettere di Beckett – scrive ancora Dan Gunn, e adesso, mentre si è fatta notte e il mare è un’eco quasi perduta, avverto la netta sensazione che si stia parlando anche di Kafka – rivelano compromessi e fieri rifiuti, il desiderio di autoaffermazione e il ribrezzo per la notorietà, le strade sbagliate non intraprese per un soffio e l’intimo convincimento che l’unica strada da seguire davvero sia quella della letteratura”.

L’unica strada. La strada. Quella profonda, sul serio. Un abisso di scrittura.

Murphy dopo Josef K., Malone come l’agrimensore K.

“Finale di partita” per Gregor Samsa.

La mia, di strada, mi ha portato qui. A questo punto non posso fare altro che arrendermi al fallimento di questo pezzo, ne accetto l’impossibilità e il ridicule, come direbbero i francesi, e penso che non mi resta che prendere un altro sorso di birra.

Informazioni: https://www.adelphi.it/libro/9788845932144

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