Meeting Art
Pubblicato il: mar 17 Apr 2018

Dal deserto del Nevada al museo. Il Burning Man rivive negli spazi dello Smithsonian

FoldHaus, Shrumen Lumen, 2016. Photo by Rene Smith.

FoldHaus, Shrumen Lumen, 2016. Photo by Rene Smith.

Il Burning Man è entrato in un museo. Che detto così, sembra una cosa impossibile, perché la festa sulla distesa salata del Black Rock muore con tutte le sue opere così eclettiche e futuriste il giorno stesso che finisce, come la sua città, che vive solo per il tempo del raduno. Eppure Nora Atkinson, responsabile curatore della Renwick Gallery, in collaborazione con il Burning Man Project, l’organizzazione senza scopo di lucro che cura l’evento nel deserto del Nevada, ha deciso di rendere omaggio ad alcune delle opere d’arte dell’ultima edizione, «No spectators: The Art of Burning Man», facendole rivivere negli spazi dello Smithsonian American Art Museum.

Marco Cochrane, Truth is Beauty, 2013 . Photo by Eleonor Preger

Marco Cochrane, Truth is Beauty, 2013 . Photo by Eleonor Preger

Gran parte delle installazioni saranno perciò esposte per la prima volta fino al 21 gennaio 2019, lontano dal loro habitat naturale e continuando a vivere. Questa straordinaria rassegna voluta da Nora Atkinson includerà la scultura mobile di Richard Wilks, il Tin Pan Dragon di Duane Flatmo, il Drago Shoken Lumen di Foldhaus, e poi i lavori di David Best, Candy Chang, Marco Cochrane, Michael Garlington e Natalia Bertott, dei Five Ton Crane Arts Collective, Foidhaus Art Collective, Scott Froschauer, Yelenia Filipchuck e Serge Beaulieu, Android Jones, Aaron Taylor Kuffner, Christopher Schardt, e Leo Villareal. Oltre a queste opere monumentali, saranno esposti gioielli, oggetti d’abbigliamento, mostre fotografiche e proiezioni.

In realtà, far rivivere questo evento così particolare, nato nel 1986 da un semplice falò tra amici di San Francisco e diventato un mega raduno internazionale a cui partecipano hippies dei tempi moderni, giovani rampanti, artisti di tutti i tipi, miliardari e magnati dell’industria tech, è un’impresa tanto ardua da sembrare impossibile. Però, se non si può certo far rivivere quell’atmosfera quasi onirica e irreale che caratterizza i nove giorni di Black Rock, nel Nevada, è probabilmente vero che con il passar del tempo questa manifestazione futurista ha inventato un suo mercato, allargandolo negli anni. Certo non doveva essere questo lo scopo dei cinque amici di San Francisco che avevano questa idea nel 1986. Il titolo dell’evento, Burning Man, da burner, bruciare, sta ad indicare il grande fantoccio di legno che viene dato alle fiamme l’ultimo giorno dell’incontro. Dopo quel momento, non cala solo il sipario, ma smettono di vivere tutte le opere, inventate, realizzate e create anche nei modi più assurdi dai partecipanti al raduno.

E’ un popolo eccentrico che si ritrova in questo angolo di deserto sperso nel nulla fino all’orizzonte, ma che è sbagliatissimo immaginare come dei frichettoni orfani di Woodstock. L’idea è nata sicuramente da lì, da quella festa della musica e delle arti che si svolgeva a Bethel, nello Stato di New York, o dal Summer of Love di San Francisco, che ne aveva lo stesso spirito. Ma a differenza di quegli eventi, il Burning Man è rimasto negli anni, continuando a crescere ogni edizione, una stagione dopo l’altra, raggiungendo persino nel 2013 il tetto dei partecipanti, di 69mila presenze, posto come limite di sicurezza dalle autorità.

Black Rock City, veduta aerea. Photo by  Scott London.

Black Rock City, veduta aerea. Photo by
Scott London.

Questo regno della possibilità e della libertà è ambito da molti e, nel sito ufficiale del festival, un’intera pagina è dedicata a come partecipare a Burning Man: si possono creare installazioni, altre forme d’arte, essere volontari e altro ancora. Il biglietto, che ha varie formule, costa circa 380 dollari in media, ma è pure di più negli ultimi tempi, visto che dal 2017 si arrivava a 425 e oltre. Che è un bel pagare. Il festival crea ogni anno la stessa forma: un semicerchio gigantesco che copre il destero come un anfiteatro romano. L’evento dura nove giorni, come si è detto. I burners arrivano in aereo privato, auto o veicoli mutanti, persino con un camion che pare un albero antropomorfico o macchine razzo stile Cap Canaveral nei giorni dello sbarco sulla luna.

Photo by Neil Girling

Photo by Neil Girling

Il Burning Man celebra i concetti della libera espressione di sé, della responsabilità civica dell’arte. Sono principi fondamentali che vanno dalla convinzione che chiunque possa fare parte dell’evento al divieto di sponsorizzazioni commerciali, transazioni e pubblicità di ogni tipo sul terreno dove si svolge la manifestazione. Nessuno scambio di soldi avviene durante il festival. Le persone possono regalarsi oggetti e opere d’arte l’un l’altro. I partecipanti portano tutto ciò di cui hanno bisogno, inclusi cibo e acqua, ma anche generatori di elettricità, le tende in cui accamparsi o i sacchi a pelo per dormire sotto le stelle. La temperatura media è di 40 gradi, ma di notte scende vertiginosamente. Ad allietare il clima poi ci sono le tempeste di polvere. Per proteggersi, molti hanno delle bandane e degli occhialini speciali che li riparano dalla sabbia sputata dal vento. Anche se la moda sulla play è ispirata a personaggi immaginari, i partecipanti seguono delle tendenze, e spopolano, oltre agli occhialini, spandex lucido e corni da unicorno.

Photo by Billie Ward

Photo by Billie Ward

La folla dei burners rappresenta comunque nella stragrande maggioranza un ceto sociale elevato. E’ un festival d’élite. Il 79 per cento di questo popolo stravagante di 70mila persone è di razza bianca e il loro reddito medio supera i 94mila dollari l’anno, più del doppio della media della contea. I ricchi hanno invaso il Burning Man portando con sé il lusso: arrivano in aerei privati o in elicottero. Alloggiano in tende, camper o furgoni, ma ci sono anche campeggi di lusso che costano migliaia di dollari a notte.

Kate Raudenbush, Future's Past, 2010 Photo by Kate Raudenbush

Kate Raudenbush, Future’s Past, 2010
Photo by Kate Raudenbush

Nello scenario del semicerchio sono rappresentate innumerevoli performance artistiche, opere stravaganti come un enorme robot costruito con auto giocattolo, una macchina pupazzo che viaggia sulla sabbia, alberi in sfilata, burner vestiti come animali pelosi che danzano su una sorta di molo. Dal nome del festival, si svolgono continui roghi di installazioni d’arte e il rito che dura da 31 anni prevede nella giornata di chiusura quello di una figura gigantesca costruita in legno come Pinocchio che arde nelle fiamme fra il tripudio della gente. Poi tutto svanisce fino al prossimo anno. Anche la città che li ospita, Black Rock, vive solo questi nove giorni sulla Sabkaha, la disetsa salata del destro, a 90 miglia Nord Est di Reno.

Solo Nora Atkinson è risucita incredibilmente a rompere questo rituale. Fa un po’ effetto. Ma adesso il Burning Man non brucerà più.

FoldHaus, Shrumen Lumen, 2016. Photo by Rene Smith.

FoldHaus, Shrumen Lumen, 2016. Photo by Rene Smith.

Duane Flatmo, Tin Pan Dragon 2008, Photo by NK Guy

Duane Flatmo, Tin Pan Dragon 2008, Photo by NK Guy

Mischell Riley, Maya's Mind. Photo byDarren Ansted

Mischell Riley, Maya’s Mind. Photo byDarren Ansted

 

No Spectators: The Art of Burning Man

30 marzo 2018 – 21 gennaio 2019

Renwick Gallery (Pennsylvania Avenue at 17th Street NW)
Smithsonian American Art Museum
Renwick Gallery
Open Daily: 10:00 a.m.–5:30 p.m.
americanart.si.edu

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Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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