meeting art 855 | 27 gen
Pubblicato il: sab 24 Mar 2018
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Il senso dell’architettura. Dal quartiere milanese QT8 ad Amatrice

The destroyed Lazio mountain village of Amatrice, Italy, 1 Septemeber 2016. A devastating 6.0 magnitude earthquake early morning 24 August left a total of 293 dead, according to official sources. ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

Un tempo per la Triennale di Milano si realizzavano quartieri. Esperimenti di architettura che permettevano di coniugare l’aspetto più prettamente di ricerca con una dimensione concreta che non dovrebbe mai essere bistrattata. Era il 1947 e creavano, a Milano, QT8. Oggi, invece, per la Biennale di Venezia, il Victoria & Albert Museum decide di fare di un edificio destinato alla demolizione un’opera da esporre, attraverso il coinvolgimento di un artista.

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Il senso dell’architettura però non va confuso con il senso artistico. Perché allora, invece di portare progetti e astrazioni per la prossima Biennale non si crea un progetto per la ricostruzione di Amatrice? Perché non fare in modo che questi episodi ritrovino il ruolo che avevano un tempo? Perché non aggiungere ai padiglioni nazionali un padiglione extra-nazionale che sia invece costituito dalla proposta di progetti da realizzare per le zone colpite da calamità naturali?

Non si tratterebbe di progetti “archistar”, ma la giuria specifica dovrebbe valutare profili di:
1) Sostenibilità Economica;
2) Coerenza Ambientale con il paesaggio e la struttura sociale del territorio;
3) Cantierabilità (insieme dei permessi necessari e insieme dei permessi eventualmente già ottenuti, così come previsti dalle discipline nazionali e dalle regolamentazioni locali);
4) Utilizzo di materiali innovativi;
5) Modularità e elementi volti alla massimizzazione del benessere degli inquilini.

Una soluzione di questo tipo, potrebbe costituire un tassello estremamente importante per la costruzione di tutto un sistema di “solidarietà” che spesso riesce a mostrare il lato più pulito (i milioni di cittadini che nel mondo partecipano a raccolta fondi) e quello meno elevato (coloro che spesso speculano su tali raccolte) della nostra società.
Il sistema sarebbe semplicissimo: di fronte alle necessità di determinate zone del mondo, si attiverebbe un sistema di raccolta fondi di secondo livello (che si occuperebbe di raccogliere, in altri termini, i fondi raccolti dalle singole iniziative di raccolte fondi realizzate a livello mondiale), magari con l’utilizzo di tecnologie blockchain (è una soluzione che già esiste, ed è italiana). Tali fondi verrebbero raccolti e destinati al “vincitore” della Biennale (o di edizione straordinaria e satellite della stessa). Tale operazione verrebbe realizzata da imprese sotto forma di sponsorhip di natura tecnica (e quindi realizzati al costo) che si avvarrebbe di manodopera presente sul luogo (regolarmente pagata attraverso parte dei fondi).

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Guadagnerebbero tutti. La Biennale (che avrebbe occasione di creare una circuitazione internazionale), gli studi di architettura e le imprese edili (che vedrebbero il loro brand collegato ad un’azione di richiamo internazionale, oltre che ad aprire contatti per futuri accordi internazionali), ma soprattutto, a guadagnare più di tutti, sarebbero i cittadini.

Un’attività di questo tipo godrebbe, grazie al carattere dell’internazionalità e grazie alla validazione di un soggetto quale la Biennale di Architettura, di maggiore livelli di applicazione immediata, facendo in modo che agli individui colpiti dalla calamità possa essere assicurata una soluzione nel minor tempo possibile.

E non solo. Un progetto architettonico con il “bollino” Biennale, assicurerebbe sicuramente una validità delle proposte architettoniche tali da garantire una vivibilità degli spazi, includendo sicuramente delle soluzioni in grado di stimolare elementi di socialità, condivisione culturale, concorrendo alla costruzione di una percezione dello spazio e del territorio come bene comune. A questi elementi si aggiungerebbe inoltre che siano gli stessi cittadini a partecipare attivamente alla ricostruzione del proprio territorio percependo al contempo un pagamento per il proprio lavoro. Tutto questo esiste già, ma manca il tassello unificante. E in virtù di quest’assenza si assiste a scempi come quello di Amatrice, e di tanti, tanti altri.

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Autore

- Partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale


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