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Pubblicato il: mar 06 Mar 2018
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Magnum Manifesto. Da Capa e Bresson. Da New York a Roma, 70 anni di fotogiornalismo in mostra

Magnum Manifesto - Marc Riboud: Jan Rose Kasmir affronta la Guardia nazionale americana davanti al Pentagono durante una manifestazione contro la guerra del Vietnam, Washington DC, 1967. © Marc Riboud/Magnum Photos/Contrasto

Marc Riboud:
Jan Rose Kasmir affronta la Guardia nazionale americana davanti al Pentagono durante una manifestazione contro la guerra del Vietnam, Washington DC, 1967.
© Marc Riboud/Magnum Photos/Contrast

Anche Roma celebra il settantesimo anniversario di Magnum Photos, la più grande agenzia fotogiornalistica del mondo. Magnum Manifesto, questo il titolo della mostra curata da Clément Chéroux – direttore della fotografia al MoMA di San Francisco – approda dunque nella Capitale, nella sua prima tappa europea (e unica italiana). L’esposizione è  visitabile al Museo dell’Ara Pacis dal 7 febbraio al 3 giugno 2018.

Il tour globale delle celebrazioni è iniziato nel giugno 2017 all’International Center for Photography di New York. L’intento della rassegna è quello di mostrare “lo spirito Magnum” che ha reso l’Agenzia creata da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, George Rodger e David Seymour nell’aprile del 1947, un autentico mito del fotogiornalismo. Per questa ragione la selezione delle immagini da esporre non ha preso in considerazione solo i lavori dei fotografi più famosi ma ha spaziato in tutti i campi e in tutte le fasi di questi 70 anni di vita dell’Agenzia. Insomma, invece di “vincere facile” con gli scatti più famosi di un Capa o di un Cartier- Bresson e di proporre qualcosa di già visto, la rassegna intende mostrare “il fattore Magnum”, la capacità di fondere arte e giornalismo, creazione personale e testimonianza del reale, attraverso i lavori passati e quelli più recenti dei suoi fotografi. Un’abilità nel raccontare il mondo attraverso le immagini che sa ancora oggi stare al passo con i tempi e  preconizzare quelli futuri.

L’idea di fondo è stata quella di mostrare ogni fotografia nel contesto storico, sociale e politico che l’ha concepita , attraverso documenti e pubblicazioni (da qui il titolo della rassegna). Una mostra dove c’è molto da vedere ma anche da leggere. Nella giusta misura però. La contestualizzazione delle fotografie non si risolve in un’accozzaglia di documenti che stancano l’occhio del visitatore come capita di assistere in molte esposizioni. In questo caso i lavori sono affiancati da una serie di notizie- sia attraverso le didascalie che attraverso i documenti – che permettono di acquisire la giusta dose di informazioni senza appesantire la narrazione. Anche l’allestimento, molto spazioso e razionale, alleggerisce il percorso di visita che risulta piacevole fino all’ultima sala.
Si inizia subito il percorso di visita con i documenti dell’atto di fondazione dell’Agenzia per poi passare alle tre sezioni cronologiche e tematiche che contestualizzano fortemente ogni singolo scatto. In ognuna delle tre parti è presente una cloud dove, attraverso immagini e parole chiave, si riassume il tema di fondo affrontato nella sezione.

La prima parte “1947-1968: Diritti e rovesci umani” si concentra sugli ideali di libertà, uguaglianza, partecipazione e universalismo che emersero dopo la seconda guerra mondiale. L’inizio della storia di Magnum infatti, coincide con la ‘Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo’ . Le fotografie dell’Agenzia di questo periodo riflettono in pieno questo sguardo umanista verso la società, concentrato quindi sull’uomo come parte di una grande famiglia. Molto interessante in questa sezione la lente sui bambini e i giovani con i lavori di Sergio Lorrain (i bambini di Santiago), di Costantine Manos (Il bambino dell’Isola) e di Werner Bischof (Generazione X) . Famose le tenere e intime ‘Fotografie di Famiglia’ di Elliott Erwitt e ancora attuale il reportage sui lavoratori immigrati negli USA, realizzato da Eve Arnold negli anni Cinquanta.

Magnum Contrasto - Bruno Barbey: Un gruppo di studenti forma una catena per passare i ciottoli di una barricata a rue Gay-Lussac. Parigi, 10 maggio 1968. ©Bruno Barbey /Magnum Photos/Contrasto

Bruno Barbey:
Un gruppo di studenti forma una catena per passare i ciottoli di una barricata a rue Gay-Lussac. Parigi, 10 maggio 1968.
©Bruno Barbey /Magnum Photos/Contrasto

Nella seconda parte ‘ 1969 – 1989 – Un inventario di diversità“, le cose cambiano. Dopo la spinta emotiva e ottimista del secondo dopoguerra – dalle lotte studentesche del ’68 fino ad arrivare all’individualismo consumista degli anni Ottanta- emergono chiaramente le differenze all’interno della società. La solitudine , l’alienazione, la follia, l’incomunicabilità sono tutti temi di questo periodo che i fotografi cercano di cristallizzare nei propri lavori. La crisi di alcune testate del settore spinge i fotografi a cercare nuovi sbocchi lavorativi. I progetti cominciano ad avere un’altra fisionomia e si cominciano a pubblicare dei libri con una marcata impronta autoriale. Da evidenziare in questa sezione Gypsies di Josef Koudelka e Funeral Train di Paul Fusco ( il treno che trasporta la salma di Kennedy per la sepoltura tra la folla sconvolta).

Susan Meiselas: Shortie, Barton, Vermont, 1974 © Susan Meiselas / Magnum Photos/Contrasto

USA. Barton, Vermont. 1974. Shortie on the Bally.

Un corridoio scuro multimediale divide  la seconda e la terza parte e confronta due diversi aspetti dei lavori dei fotografi: da una parte ci sono i lavori personali, dall’altra parte ci sono i lavori cosiddetti corporate ovvero, i lavori su richiesta per conto di aziende e società soprattutto nell’ambito pubblicitario.

Nella terza parte ” 1990 – 2017 – Storie della Fine” emerge chiaramente l’idea della fine di un’epoca. Lavori anche molto aspri  affrontano in modo diverso le dinamiche  dei nostri tempi. Per esempio una visione inedita del  Mar Mediterraneo fotografato da Paolo Pellegrin, simbolo universale di evasione e vacanze nell’immaginario collettivo ma  tenebroso e incerto nelle notti dei migranti. In questa sezione troverete anche la cover della mostra, la fotografia di jonas Bendiksen: una foto molto particolare, perché non si capisce bene se è una favola, se è vera, se è un’invenzione. In realtà ci troviamo in Russia in una situazione densa di significati, ben lontano dalla favola che la nostra mente forse ci ha suggerito, attratta dall’indeterminatezza della situazione. Eppure è proprio questa la magia che fa di una fotografia un’opera d’arte.

Magnum Manifesto - Jonas Bendiksen: Abitanti di un paese nel Territorio dell’Altaj raccolgono i rottami di una navicella spaziale precipitata, circondati da migliaia di farfalle. Russia, 2000. © Jonas Bendiksen/Magnum Photos/Contrasto

Jonas Bendiksen:
Abitanti di un paese nel Territorio dell’Altaj raccolgono i rottami di una navicella spaziale precipitata, circondati da migliaia di farfalle. Russia, 2000.
© Jonas Bendiksen/Magnum Photos/Contrasto

Segue una saletta dove si proietta un video con le immagini più significative dei fotografi Magnum, accompagnate dalle loro citazioni. “Magnum è un’utopia fotografica” è quella di Cartier- Bresson.

Così come all’ingresso della mostra una serie di documenti raccontavano la fondazione della Magnum, alla fine del percorso espositivo un’altra parte testuale ripercorre i vari scambi di corrispondenza tra i fotografi dell’agenzia . Un dibattito interno vivace ma sempre  democratico e che nel tempo ha forgiato “lo spirito Magnum”.

Informazioni:

MAGNUM MANIFESTO – Guardare il mondo e raccontarlo in fotografia

 Museo dell’Ara Pacis – Lungotevere in Augusta, Roma

Dal 7 febbraio – 3 giugno 2018
Tutti i giorni ore 9.30 – 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima). Chiuso 1 maggio

Biglietto solo mostra: 11€ intero; 9€ ridotto + prevendita € 1
Gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Info : 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)
www.arapacis.it

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