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Pubblicato il: lun 26 Feb 2018
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‘Miseria e nobiltà’ al Carlo Felice di Genova. La recensione

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Sono passati la bellezza di 126 anni da che la Superba conferì ad Alberto Franchetti l’opera «Cristoforo Colombo» su libretto di Luigi Illica per il quarto centenario della scoperta dell’America e oggi, nel 2018, finalmente (possiamo dirlo con piacere ed orgoglio) Genova torna ad essere “impresaria” nel commissionamento di un’opera lirica ad un compositore vivente.

Pubblico fremente dunque quello che la sera di venerdì 23 febbraio ha riempito la platea del teatro genovese per assistere (e giudicare) l’ultima fatica di Marco Tutino che, con grande coraggio, si è cimentato nel comporre un’opera lirica ispirandosi alla celebre commedia Miseria e Nobiltà di Eduardo Scarpetta.

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Pubblico che già alla fine del primo atto ha dimostrato di gradire quanto aveva ascoltato e visto sul palco. Bene! diciamo noi, ma dopo le impressioni “di pancia” veniamo un po’ all’analisi del lavoro di Tutino: il compositore milanese che ha esordito nel 1976 partecipando al festival Gaudeamus in Olanda, di musica ne sa tanto, e si sente. La sua padronanza nel mettere a punto la sua partitura viene fuori dal primo momento che partono le prime note dell’opera. L’impianto di “Miseria e nobiltà”, si avverte benissimo, affonda le sue radici nella consueta organizzazione strutturale del teatro italiano del passato in cui l’organizzazione tra narrazione e forma musicale resta ben definito. Nella musica di Tutino non c’è assolutamente quel modo di far opera tipico del secondo novecento definibile come “anti opera”, stile Berio, nè si casca in quel genere più leggero che butta dentro narrazione, musica e danza come è il musical. Tutino ha uno suo stile, che mantenendo un evidente legame con la tradizione, viene fuori e si fa apprezzare per la sua pulizia e coerenza.

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Quello che però manca in questo lavoro è il picco geniale, quello che dà emozione. Ed è propprio l’emozione che rende uno spettacolo riuscito e indimenticabile. In Miseria e Nobiltà non si avvertono le emozioni, che fanno sentire vivi e provocano commozione. Nella storia del povero Felice Sciosciammocca e della bella Gemma, tutto va avanti senza momenti apice nè della musica, nè del libretto. Le melodie, sia pur fluenti e cantabili (che spesso si rifanno tanto a Verdi quando alla canzone napoletana), non arrivano pienamente al cuore, ed è questo che non porta alla riuscita completa dell’opera.
E non vi è neanche nulla di quell’opera buffa, che sta nel dna del Settecento partenopeo, e di cui si ricorda l’ironia e il genio nel «Cappello di Paglia di Firenze» di Nino Rota, o nel «Candide» di Bernstein. Nulla di quanto esposto dall’autore in conferenza: il primo atto non ha solo poco di comico, ma molto di tragico; ed anche il secondo, che inizialmente parte più leggero, poi scivola nel patetismo quando esalta l’arrivo dell’Italia repubblicana.


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La regia di Rosetta Cucchi che rilegge Scarpetta, spostando nel dopoguerra la datazione del racconto, è fresca, colorata e ben fatta e porta Napoli nei giorni del referendum fra monarchia e repubblica, consentendo ai librettisti Luca Rossi e Fabio Ceresa di inserire il racconto in un contesto sociale e politico pieno di aspettative riguardo un’Italia nuova, in cui regnino giustizia e libertà, e se possibile anche meno povertà.

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Quella più riuscita è la scena della fine del primo atto in cui tutti, cantanti, coro e comparse, si avventano sui colmi piattoni di pastasciutta fumante, assaporandoli al rallenty. Un plauso a Francesco Cilluffo che ha diretto con energia la nuova partitura. Bravo l’intero cast dal protagonista Alessandro Luongo a Valentina Mastrangelo (Bettina), da Francesca Sartorato (Peppiniello) a Martina Belli (Gemma), da Fabrizio Paesano (Eugenio) a Nicola Pamio (il cameriere), da Alfonso Antoniozzi (Don Gaetano) a Andrea Concetti (Ottavio).

Calorosi gli applausi finali in cui il pubblico (forse perchè in periodo pre elezioni) si scioglie nel momento di maggiore identificazione: la metafora della felicità esaltante al goal della squadra del cuore (o il partito del cuore).

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Miseria e nobiltà

di Marco Tutino
Opera in due atti liberamente tratta dalla commedia di Eduardo Scarpetta, soggetto, sceneggiatura e libretto di Luca Rossi e Fabio Ceresa.

Regia, Rosetta Cucchi

Fino all’1 marzo 2018

www.carlofelicegenova.it

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Autore

- Nata a Genova, assieme agli studi classici intraprende quelli della danza. Dopo la Laurea in Giurisprudenza, nel 2001 consegue il diploma in” Regia teatrale” presso l’Accademia Naz. Di Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma. É stata assistente alla regia di importanti registi teatrali tra cui Gabriele Lavia e Mario Missiroli. Iscritta all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, dal 2005 al 2013 ha lavorato per IL GIORNALE (critico di teatro e danza) e collaborato con le riviste SIPARIO, TUTTO DANZA. Dal 2014 al 2017 è stata redattore cultura/spettacolo LIGURIA NOTIZIE. Ha insegnato all’Università degli Studi di Genova – DAMS – Polo Imperia. Ha pubblicato due libri, INCONTRI davanti e dietro la quinte (Premio letterario “La mia storia 2014″) e “Stelle della danza sotto il cielo di Nervi” ed. Cordero, 2017. LA sua commedia “Un tavolo per quattro” ha vinto il 2° Premio Efesto Città di Catania Edizione 2016 – Sezione Teatro


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