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Pubblicato il: ven 09 feb 2018
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Big Data e Cultura. Perché è urgente iniziare a parlarne seriamente

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Iniziamo con una domanda: quante persone della vostra città sarebbero disposte a pagare 15 euro per un’esposizione di arte contemporanea di un artista mediamente famoso, e sia, per esempio Botto&Bruno, da tenere in una chiesa o in una località fuori porta? Usate questo tempo per ragionarci.
Bene.
Quali sono i parametri che avete considerato?
Avete tenuto conto del numero di abitanti della vostra città? Quante persone conoscete che andrebbero ad una mostra? Quanti potenziali flussi turistici potrebbero arrivare? Quante persone mostrano una disponibilità a pagare per un evento di questo tipo? Sulla base di quali interessi potete dedurre che una persona possa essere incline all’arte contemporanea? Quanta visibilità mediatica potrebbero dare gli organizzatori di questa mostra? Quanto distante dal centro sia il posto che avete immaginato?
Che siano queste o meno le variabili che avete immaginato, non importa.

Importa che ora rispondiate a quest’altra domanda.
Di quante delle variabili che avete immaginato avete le informazioni necessarie?
Perché in questa risposta risiede solo la punta dell’iceberg dei big-data.

Ed ecco la terza domanda. Immaginate di avere una società culturale e creativa, e per esempio, una società di produzione cinematografica. La domanda è questa: credete che le vostre scelte di produzione (ad esempio una serie televisiva) siano le stesse a prescindere dalle informazioni che avete a disposizione?
Più nel dettaglio, immaginate di avere a vostra disposizione informazioni legate ai social media network del vostro target potenziale, i dettagli sui loro consumi cinematografici, televisivi, le mappe di calore dei siti di streaming e i dati che forniscono informazioni dettagliate nel momento in cui le persone premono stop, mettono il replay, quando accedono a Youtube per rivedere soltanto alcune scene, quando commentano, come commentano e a chi commentano.

Ora, ripetiamo la domanda, le vostre scelte di produzione sarebbero le stesse?
Probabilmente no.
E questa, anche se non è proprio la punta dell’iceberg, rimane ancora la superficie.

La verità è che quello che i Big Data possono rappresentare per la cultura, così come per la maggior parte dei settori produttivi, non possiamo ancora saperlo.

Perché l’analisi di dati che vengono da: e-mail, crm, smartphone, sensori di prossimità, internet, satelliti, informazioni geo-referenziate, cartelle cliniche, conversazioni telefoniche e tutto quello che preveda l’utilizzo di device elettroniche, possono portare ad intuizioni che, ad oggi, non possiamo immaginare.
E se tutto questo non riesce a convincervi, impossibile capire cosa possa farlo.

Autore

- Partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale


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