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Pubblicato il: lun 05 feb 2018
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Quale futuro per Arte Fiera? Basta con il contemporaneo

Arte Fiera 2018 L’edizione 2018 conferma che l’identità della rassegna bolognese è ormai pressoché esclusivamente radicata sul fronte “moderno”. Perché non seguire gli esempi di TEFAF Maastricht o di Frieze Masters?

Per alcuni dei lettori Arte Fiera sta vivendo le sue ultime battute dell’edizione 2018, per altri – i più ritardatari – forse si sarà chiusa da poche ore: in ogni caso, i quattro giorni già sperimentati consentono ampiamente qualche riflessione. Il commento più diffuso, fra quelli da noi raccolti in giro per gli stand fra visitatori, professionisti vari, galleristi ed artisti è stato il seguente: “un’edizione molto simile a quella dello scorso anno”. Osservazione apparentemente neutra, ma che per il contesto precipuo della rassegna bolognese non lo è così tanto. Già, perché se per l’edizione 2017 l’impronta non troppo palpabile impressa dall’allora neodirettrice Angela Vettese poteva essere giustificata dal poco tempo avuto per lavorare sulla fiera, quest’anno l’attenuante viene meno: e la crisi di identità che ormai da troppi anni attanaglia la più antica fiera d’arte italiana – e una delle più antiche al mondo, in verità – rischia di cronicizzarsi.
Basta però ripercorrere per sommi capi un po’ di storia recente per capire che le responsabilità di un tono dimesso – che poi cercheremo di analizzare meglio – non ricadono, almeno non in quota significativa, direttamente in capo all’attuale direttrice. Basta tornare con la mente alle edizioni 2010/2011, quando un durissimo – probabilmente decisivo – colpo alla primazia fieristica nazionale di Arte Fiera viene sferrato dallo zoccolo duro delle gallerie milanesi che allora si riunivano sotto la sigla di Startmilano, le quali con una precisa scelta di “marketing territoriale” decidono di boicottare Bologna e di puntare su una allora alquanto incolore Miart (che infatti da allora inizia la sua ascesa ora conclamata). Prendendo in mano il catalogo di Arte Fiera 2009 si leggono fra i partecipanti nomi milanesi di peso come A Arte Studio Invernizzi, Cardi, Raffaella Cortese, De Cardenas, Massimo De Carlo, Lorenzelli, Gio’ Marconi, Lia Rumma, tutte gallerie ormai da anni assenti da Bologna. E presto seguite da altri big del Paese: da Alfonso Artiaco a Massimo Minini, da Peola a Lorcan O’neill (per restare al confronto con il 2009).
Arte Fiera 2018 Gli sviluppi successivi? Nel 2012 la crisi ormai palese costa il posto – unita a risibili screzi politici – all’incolpevole (e diffusamente rimpianta) storica direttrice Silvia Evangelisti. E nel 2013 la guida passa alla coppia Giorgio Verzotti e Claudio Spadoni, che nelle quattro edizioni curate – per gusti, formazione ed inclinazioni personali – accentuano la già spiccata forza della rassegna sul fronte del “moderno”, trascurandone lo sviluppo, la diversificazione, la ricerca, lo sperimentalismo sul fronte del “contemporaneo”. Un circolo vizioso che si autoalimenta, con una “selezione naturale” di gallerie che via via saltano l’appuntamento bolognese, ed altre prima escluse che entrano, sempre nella direzione del rafforzamento del trend appena accennato: sul quale non esprimiamo giudizi – né positivi né negativi -, semplicemente ne prendiamo atto come di cosa sotto gli occhi di tutti. Si giunge quindi alla direzione Vettese, ed agli esiti dai quali partiva la nostra disamina.
L’edizione 2018 dunque ci sembra inserirsi pienamente in questa dinamica così tratteggiata: un settore “moderno” tonico, ben frequentato e qualitativamente prestigioso, a fronte di un settore “contemporaneo” alquanto depresso, scoordinato, con abissali gap qualitativi fra stand e con assenze pesanti. Si fanno sentire quelle di gallerie che spesso si distinguono per freschezza e innovazione, dalla torinese Guido Costa alla romana The Gallery Apart, per fare due nomi; e la pressoché totale esclusione di espositori internazionali grava maggiormente sul settore contemporaneo, ovviamente più accogliente rispetto a nomi nuovi ed a temperie diverse da quelle abituali sulla scena nazionale. Ed anche fra chi è presente alla fiera, sempre fra i “contemporanei” emergono scelte sintomatiche di un certo disimpegno: la multinazionale Continua – forse presente in virtù di un invito con condizioni “vantaggiose”? – risponde con uno stand a molti apparso alquanto moscio, probabilmente dedicando maggiori energie alla contemporanea fiera svizzera Art Geneve; stessa scelta attuata dal giovane e ambizioso bergamasco Thomas Brambilla, che personalmente opta per correre a Ginevra, affidando lo stand bolognese alle sue assistenti.

Angela Vettese

Angela Vettese

Queste considerazioni “identitarie” rispetto ad Arte Fiera non sono certo nuove, ce ne rendiamo conto: anche se tanti osservatori tendono a tenerle per sé evitando di palesarle. E comunque la risposta spesso ricade nel refrain: “Però a Bologna i galleristi vendono”. E questo sicuramente è ancora vero: sappiamo di ottimi affari conclusi ad esempio da Galleria dello Scudo, o da Tornabuoni, solo per citare qualcuno. Ma cominciano ad emergere delle incrinazioni anche su questo argomento: se è vero che un giovane gallerista ci assicura che sì, gli affari si fanno ancora sulla scia dell’ottima tradizione della fiera bolognese, ma ogni anno questo bonus “storico” si assottiglia fino ad essere oggi quasi volatilizzato. Rintuzzato da un altro collega che racconta di aver venduto, ma che quelle trattative le avrebbe comunque concluse anche nella sua galleria, a prescindere dalla fiera. E comunque resta valida una replica: una fiera vale solo ed esclusivamente per gli affari che garantisce ai galleristi? Non contano gli aspetti “didattici” offerti ad un pubblico ampio, non contano le occasioni per conoscere nuovi artisti o movimenti, non contano le contaminazioni assicurate dallo scambio di esperienze fra players diversi, magari (magari!) provenienti da contesti sociali e culturali anche lontani?

Arcangelo Sassolino

Arcangelo Sassolino

La nostra risposta a tutto questo è tranchant: Arte Fiera chiuda con il contemporaneo. BolognaFiere – con la direzione Vettese, o con altra scelta – dimostri coraggio e lungimiranza, prendendo atto di una realtà ormai chiara, radicata e per nulla sminuente. Servono forse gli esempi di TEFAF Maastricht, o di Frieze Masters, per capire che oggi c’è spazio per una fiera d’arte orientata esclusivamente al “moderno”, che riesca a guadagnare prestigio, coté culturale e presa sul mercato ai massimi livelli? Si asseconderebbe in tal modo una tendenza cristallizzatasi da anni nelle preferenze del pubblico e nei gusti dei collezionisti della vasta area geografica, sociale ed economica che gravita attorno ad Arte Fiera; si eviterebbe l’”accanimento terapeutico” sul fronte del contemporaneo che dimostra di preferire altri e diversi scenari; e si potrebbero dedicare maggiori spazi fisici ed energie ad un fronte sul quale la fiera bolognese riguadagnerebbe l’indiscussa leadership italiana riuscendo a distinguersi anche sul piano internazionale.

www.artefiera.it

Massimo Mattioli

Autore

- É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.


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