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Pubblicato il: ven 05 mag 2017
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Song To Song: un festival di eccessi e intimismo per Terrence Malick. Recensione

Son to song TERRENCE MALICK

“In the land of gods and monsters
I was an angel, lookin’ to get fucked hard
Like a groupie incognito posing as a real singer
Life imitates art”

Con questi versi di Gods And Monsters, brano firmato da Lana Del Rey, si potrebbero tranquillamente riassumere le più di due ore di Song To Song, ultima creatura cinematografica di Terrence Malick: Faye (Rooney Mara) è una giovane tormentata cantautrice a caccia di ispirazione, successo e se stessa.
Durante una festa del luciferino Cook (Michael Fassbender), ricchissimo produttore di grido che ama gli eccessi, conosce il suo amico e pupillo BV (Ryan Gosling): un artista talentuoso che, nei piani di Cook, si appresta a ottenere fama e fortuna in brevissimo tempo.

Faye e BV iniziano una frequentazione intensa, che sfocerà velocemente in amore. Ma la ragazza ha dei segreti, come un trascorso con Cook, che non intende rivelare.
Quest’ultimo osserva con invidia il legame apparentemente perfetto che lega i due: a paragone, lo scenario in cui lui si muove con atteggiamento da demiurgo – capace di avere tutto e fare altrettanto – è desolante. Decide, così, di concedersi la possibilità di un sentimento sincero e totalizzante: la prescelta è Rhonda (Natalie Portman), bellissima e squattrinata cameriera ed ex maestra.Son to song TERRENCE MALICK Mentre Faye e BV sperimenteranno le inevitabili conseguenze dell’insincerità su cui hanno scelto di basare il proprio rapporto, Cook – credendosi ora dio ora serpente tentatore – spinge all’estremo le esperienze di Rhonda. La donna, inizialmente abbagliata dallo stile di vita sfarzoso e dalle opportunità che un legame simile può garantire – per esempio la possibilità di risolvere i diversi problemi economici che attanagliano la madre – prima finisce per innamorarsi di Cook poi per soccombere a tutto ciò che questo implica. In fondo, però, ognuno di loro è un’anima in cerca di redenzione.

A fare da importante sfondo all’intera vicenda ci sono la musica dal vivo e Austin, considerata la capitale dei live grazie ai suoi numerosissimi festival che la vedono protagonista ogni anno. Ecco perché è proprio nella più importante città del Texas che finiscono tanti artisti emergenti, a caccia di libertà creativa e notorietà, a prescindere dal genere musicale. Son to song TERRENCE MALICKLa musica, inoltre, è anche il collante che tiene insieme i protagonisti: a ribadirlo, un incredibile numero di star che hanno accettato di comparire anche solo nel ruolo di se stessi. Per citarne solo alcuni: Patti Smith – che regala ricordi e consigli a Faye quasi indovinandone i dubbi ostinatamente celati – i Red Hot Chili Peppers, Iggy Pop, Lykke Li – che interpreta una poetica ex fiamma di BV – i Neon India, i Major Lazer, i Black Lips – con cameo di Val Kilmer – e i Die Antwoord. Sono ritratti durante le loro performance o nel backstage dell’Austin City Limits Festival, del South By Southwest o del Fun Fun Fun Fest, nel tentativo di mostrare la spaccatura tipica del passare in un istante dall’acclamazione delle folle oceaniche al silenzio spersonalizzante di un camerino temporaneo.

Stranamente manca, appunto, la Del Rey: e dire che Tropico – il suo lungometraggio di un paio di anni fa -pare la versione un po’ bolsa di quanto narrato da Malick. Ci sono la perversione della caduta in chiave pop, l’espiazione sessuale in risposta all’aver tradito se stessi e ciò in cui si crede, una celebrazione/denuncia dell’America tramite le unicità paesaggistiche e le dinamiche più degradanti, il bisogno di tornare a un’origine più semplice, pura, quotidiana che finisce per realizzarsi in maniera vagamente ridicola. Tanto che le riflessioni interiori rese attraverso le voci fuori campo dei protagonisti, uno dei tratti distintivi del regista dell’Illinois, hanno dei contenuti pericolosamente vicini alle meditazioni posticce della cantante newyorkese.Son to song TERRENCE MALICKSon to song TERRENCE MALICK Di buono c’è che Song To Song conta un cast di stelle del cinema che dà una prova di prima grandezza: da quelli già citati a Cate Blanchett, Holly Hunter e Berenice Marlohe.
La telecamera ama indugiare sui loro lineamenti, scrutarne i gesti, concentrarsi sulle mani, suggerire una sensazione: ma le singole vicende in sé sono talmente banali e le questioni sollevate così adolescenziali da rendere un simile trattamento filosofico quasi irritante.
Il finale, in parte ispirato alla biografia dello stesso Malick, corona degnamente il tutto: i titoli di coda, con il conseguente ritorno a una realtà più autentica, sono accolti con un discreto sollievo.

Autore

- Laureato con lode in Filosofia delle Religioni ha frequentato un master in Scrittura Creativa e Pubblicitaria presso lo IED Istituto Europeo di Design. Copywriter freelence e con la passione per l'Arte Greca e Romana, il cinema in bianco e nero, il teatro e i concerti vive tra Messina, Roma e New York senza soluzione di continuità. Però continua a scrivere, qui e altrove.


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