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Pubblicato il: mar 02 mag 2017
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Arte o pazzia, esiste un limite? La “follia” della performance, da Gina Pane a Vito Acconci

Usare nuove forme e materiali, esporre oggetti comuni e bizzarri, alterare irrimediabilmente il proprio corpo. Molti artisti hanno forse già superato i limiti di ciò che abbiamo definito -durante il corso degli anni e dei secoli- come opera d’arte – testando i limiti della resistenza umana. Introducendo nella pratica artistica l’elemento della prova, della resistenza e della sofferenza.

Vi proponiamo sette esempi di artisti che hanno modificato la concezione di opera d’arte, dalla Land Art alle molteplici espressioni della performance, da Gina Pane a Vito Acconci.

Gina Pane, Azione Sentimentale, 1973

Gina Pane, Azione Sentimentale, 1973 Arte Estrema

Gina Pane Azione Sentimentale, 1973

Gina Pane, nel 1973, realizza Azione Sentimentale, presso la Galleria Diaframma di Milano. L’artista è vestita di bianco e tiene in mano un bouquet di rose rosse. Ne stacca tutte le spine e se le conficca poi nel braccio. Successivamente le estrae lasciando colare il sangue. Conclude incidendosi il palmo della mano con una lama di rasoio.

Il gesto simbolico del tagliarsi prevale sulla ferita. Basta fendere appena l’involucro del nostro corpo, carezzarlo con una lama appuntita per farlo sanguinare, per aprirlo. Gina Pane vuole far emergere la fragilità e allo stesso tempo l’energia vitale. “La ferita è un segno dello stato di estrema fragilità del corpo, un segno del dolore, un segno che evidenzia la situazione esterna di aggressione, di violenza a cui siamo esposti.”

Chris Burden, Shoot, 1971

Chris Burden, Shoot, 1971

Chris Burden, Shoot, 1971

Dopo aver sperimentato l’arte della fotografia, della scultura e di installazioni concettuali, Chris Burden si dedicò interamente alle performances. Manifestazioni autolesionistiche, spesso furenti e provocatorie che lo implicavano direttamente. Come in Shoot, sparandosi con un colpo di pistola. Realizzando la possibilità ipotetica di morire per la propria arte. Il video della performance dura 8 secondi. Burden è in piedi immobile mentre un amico – a 15 passi di distanza – gli spara alla spalla sinistra. L’artista era dell’idea che il rischio – anche fino al punto di avvicinarsi alla morte – fosse una forma di espressione artistica.

Joseph Beuys, I like America and America likes me, 1974

Joseph Beuys, I like America and America likes me, 1974

Joseph Beuys, I like America and America likes me, 1974

Per Beuys l’arte è tutto ciò che modifica la coscienza. Un atto quotidiano non limitato al contesto artistico.

Siamo nel 1974 quando Joseph Beuys rifiutò di mettere ufficialmente piede negli Stati Uniti – fintanto che questi avessero continuato la guerra contro il Vietnam. Volò in America per una performance che aveva accuratamente preparato- dal suo arrivo in aereoporto fino alla sua partenza, sette giorni più tardi. Appena atterrato fu avvolto in una coperta di feltro, caricato su un’ambulanza e portato alla René Block Gallery di New York. Qui aveva pianificato la sua performance in compagnia di un coyote. Visse per cinque giorni insieme all’animale cercando di comunicare con lui. Tutto ciò che aveva era una coperta di feltro, un paio di guanti, un bastone da passeggio e copie del Wall Street Journal consegnato ogni giorno. Trascorsa una settimana si fece avvolgere nella coperta e riportare, senza poter vedere nulla, all’aereo che lo avrebbe ricondotto in America.

Hermann Nitsch, First Action, 1962

Hermann Nitsch, First Action, 1962

Hermann Nitsch, First Action, 1962

Fu l’ideatore dell’Orgien Mysterien Theater (Teatro delle orge e dei misteri, fondato nel 1957). In cui venivano eseguite azioni della durata di ore o più giorni, pensate come opere d’arte totali. Una fusione di pittura, musica, scultura e teatro d’azione. Ovvero una serie di azioni teatrali nelle quali introdusse l’uso di liquidi corporali, sostanze organiche, carcasse e viscere di animali. Riti mistici ed ambigui che uniscono sacro e profano. Nella sua prima 1st Action l’artista si fece crocifiggere e ricoprire di sangue. Successivamente Hermann Nitsch ha scuoiato agnelli all’interno di un tempio dedicato a riti orgiastici.

Robert Smithson, Spiral Jetty, 1971

Robert Smithson, Spiral Jetty, 1971

Robert Smithson, Spiral Jetty, 1971

La Spiral Jetty è un’opera di Land Art che si trova nel Great Salt Lake in Utah. Robert Smithson era stanco delle opere d’arte “convenzionali”, dei ready-made da galleria. Così lui – come altri suoi contemporanei – usò la terra come materiale. Il mondo come tela. L’opera è stata realizzata in soli sei giorni. Un locale assunto dall’artista ha creato una spirale composta da cristalli di sale, fango e roccia nera. L’opera appare e scompare a dipendenza del livello dell’acqua ed è visibile interamente soltanto dall’alto.

ORLAN, The Reincarnation of Saint-Orlan, 1990–1995

ORLAN, The Reincarnation of Saint-Orlan, 1990–1995

ORLAN, The Reincarnation of Saint-Orlan, 1990–1995

Metamorfosi fisica. La possibilità di riprogettarsi. I cambiamenti indotti dalla tecnologia e dalle nuove possibilità chirurgiche. Orlan ha scelto come materiale per la sua arte il suo stesso corpo, sé stessa e la sua identità. Dal 1990 si è sottoposta ad una serie di operazioni chirurgiche, intitolandole “The Reincarnatuon of Saint-Orlan”. Lo scopo? Assumere le sembianze di figure come la Venere di Botticelli e la Monna Lisa di Leonardo da Vinci.

Le opere che l’artista commercializza sono le videocassette dei suoi interventi o i reperti organici che le operazioni stesse producono. Inseriti in appositi contenitori e intitolati reliquari.

Vito Acconci, Seed-bed, 1972

Vito Acconci, Seed-bed, 1972

Vito Acconci, Seed-bed, 1972

Scomparso recentemente, Acconci ha usato nella sua pratica artistica quasi esclusivamente piccole stanze. Celle, zone ridotte, dove fosse possibile rappresentare il proprio agire privato. Citiamo la performance Seed-bed, avvenuta nel 1972 alla galleria Sonnabend di New York. L’artista, sdraiato, si masturba. Gli spettatori – da pubblico – si trasformano in spie che guardano un’attività privata.
Le sue performance sono azioni atte a definire il corpo come campo su cui poter intervenire e riattivare sensibilità estreme. Definirne i limiti.

Autore

- Laureata in Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo presso l'Università Cattolica di Milano


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