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Pubblicato il: sab 18 mar 2017
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Reinhard Mucha e la memoria dell’archeologia industriale a Milano

Insel der Seligen, 2016, courtesy Galleria Lia Rumma     Dessau, 2004

Insel der Seligen, 2016, courtesy Galleria Lia Rumma
Dessau, 2004

Progresso e stasi, collegamento e isolamento, costruzione e decostruzione, temporalità e permanenza. Questa è l’arte perennemente dicotomica di Reinhard Mucha (1950), in mostra presso la Galleria Lia Rumma di Milano fino al 30 giugno 2017. Schneller werden Zeitverlust (Accelerare senza perdere tempo), si pone come proseguimento del viaggio intrapreso dall’artista a partire dal 1989, anno in cui le sue opere vennero ospitate presso la sede napoletana della Galleria, nella mostra Mutterseelenallein (Solitudine), trattando tra le altre tematiche il vuoto e l’attesa.

Lo spazio espositivo di via Stilicone permette di esprimere al meglio la poetica dell’artista che si manifesta a più livelli e con diversi tipi di linguaggi: dal ready-made alla scultura, dall’utilizzo di strumenti tecnologici a quello di materiali industriali. Lo spettatore viene accolto dalla provocatoria installazione di grandi dimensioni Insel der Seligen (Isola dei beati), un tetto costituito da tegole antiche collocate su un letto di detriti e accompagnato da un angosciante sottofondo di suoni e rumori registrati all’aeroporto di Düsseldorf. L’opera si trova in perfetto dialogo con l’ex area industriale in cui è stata costruita la galleria milanese e per l’artista incarna il senso del dramma e la centralità della memoria, uno strumento che permette di riflettere sulla realtà urbana e sull’evoluzione architettonica delle città negli ultimi anni.

Hidden Tracks, 2016, courtesy Galleria Lia Rumma

Hidden Tracks, 2016, courtesy Galleria Lia Rumma

Il fulcro della mostra è l’opera presente al primo piano, Die Verwandlung (La metamorfosi), una scultura complessa di legno e metallo con quattro monitor che raccontano la costruzione e l’allestimento dell’opera stessa nel museo di Francoforte quasi trent’anni prima. La metamorfosi contiene al suo interno uno sgabello, elemento ricorrente nei lavori dell’artista tedesco, da lui considerato modello archetipico dell’architettura. Fondamentali sono poi le vetrine costituite da materiali di scarto o di origine industriale, tra cui tessuti, lamiere e legno, che fungono da espositori di oggetti comuni elevati alla condizione di reperti di un’archeologia contemporanea.

The Wirtschaftswunder, 1991, courtesy Galleria Lia Rumma

The Wirtschaftswunder, 1991, courtesy Galleria Lia Rumma

Sempre in bilico tra passato e presente sono le opere collocate all’ultimo piano della galleria dove il video inedito Hidden Tracks si trova in dialogo con le fotografie degli oggetti industriali presenti in un’ex fabbrica di materiali pesanti di Düsseldorf, in cui tutt’ora ha sede lo studio di Mucha e con altre sculture in vetro e locandine delle sue mostre passate. Storia personale e condivisa si legano grazie alla forza della memoria. Reinhard Mucha con la sua intuizione “reagisce nei campi di tutte le cose poco appariscenti, generalmente sottostimate, ignorate dalla storia e trova proprio lì i più alti significati” (Sigfried Kracauer).

Tutte le informazioni: http://www.liarumma.it/

Die Verwandlung, 2016, courtesy Galleria Lia Rumma     Eslohe, 1986     Karstadt Sport/Bullay, 2016

Die Verwandlung, 2016, courtesy Galleria Lia Rumma
Eslohe, 1986
Karstadt Sport/Bullay, 2016

Twelve Lithographs, 1983-2016, courtesy Galleria Lia Rumma

Twelve Lithographs, 1983-2016, courtesy Galleria Lia Rumma

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