Meeting Art
Pubblicato il: lun 27 Feb 2017
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La cultura ha bisogno dei numeri più di quanto riusciamo a immaginare

 cultura

Facciamo un gioco. Dimentichiamoci per un attimo della parola audience: è cool, ma può indurre in tentazioni da strateghi della cultura. Pensiamo invece alla parola persone. Ora immaginiamo di essere a capo di un’impresa di produzione teatrale. Dobbiamo investire le nostre risorse economiche in uno spettacolo da produrre e non abbiamo sufficienti risorse per poter chiamare la star televisiva che porterebbe a dei ricavi certi. Come agire?

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Ora immaginiamo di essere il direttore di un piccolo museo di provincia, che deve decidere quale mostra “ospitare” all’interno dei propri spazi. Sulla base di quale criterio sceglieremo?

Ancora, immaginiamo di essere un aspirante imprenditore che decide di investire le proprie risorse ed energie per realizzare una casa editrice. Quali libri dovrà produrre e stampare?


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Sono tutte domande centrali per lo sviluppo del settore culturale. E anche se riguardano distinti settori della cultura (e delle industrie culturali e creative), hanno tutte bisogno di una sola risposta: analisi della domanda potenziale, vale a dire, la stima di quante persone verranno a vedere uno spettacolo, acquisteranno libri o andranno a visitare una mostra.

Il problema è che conosciamo così poco delle persone e dei loro gusti. Non sappiamo quali persone potrebbero essere realmente interessate ad uno spettacolo piuttosto che a un altro, quante persone della nostra piccola provincia sono già state a visitare la mostra che dovremmo ospitare quando era allestita al grande museo nazionale l’anno scorso, e quante persone leggono il genere di libri che a noi piacerebbe produrre.

L’intuito, da solo, non è sempre sufficiente. C’è bisogno di conoscenza e di informazioni. Chi si occupa di cultura dovrebbe associare la grande capacità dell’intuito con il metodo, la conoscenza, per poter riuscire ad affinare l’idea geniale e trasformarla in un progetto economicamente sostenibile e, per questo, realizzabile nel breve-medio periodo.

Facciamo un altro esempio: immaginiamo di essere un magnate della finanza, con una disponibilità di fondi molto elevata, e che ci arrivino sulla scrivania due progetti. Uno è relativo alla realizzazione di una filettatura per bulloni che permette di comprendere quando il bullone sta cedendo, e l’altro è invece legato ad una serie di piccole produzioni culturali.

Il fascicolo legato alla produzione del bullone contiene: specifiche tecniche, elementi oggettivi di produzione, struttura dei costi e andamento delle vendite di bulloni presenti sul mercato, l’identificazione del target di vendita e dei canali distributivi e di marketing, i costi fiscali, gli incentivi e le defiscalizzazioni di cui la produzione potrà godere, etc.

Il fascicolo legato alla produzione culturale contiene: specifiche tecniche dei singoli eventi, elementi oggettivi di produzione, struttura dei costi e andamento delle vendite stimate sulla base delle statistiche culturali disponibili. Ora, le statistiche culturali disponibili sono in genere vecchie di due anni, e non hanno alcun tipo di classificazione. Se per il bullone ci sarà un dettaglio di vendita capillare (chi ha comprato cosa), per le attività culturali avremo semplicemente il numero di persone che hanno assistito su base nazionale (o regionale) ad eventi dello spettacolo dal vivo, il numero di persone che hanno visitato un museo nello scorso anno e i dati di afflusso dei principali musei italiani.

Ora immaginiamo di dover decidere. Sono due cose diverse, è vero. Ma al posto della cultura potrebbe anche esserci stato sul tavolo un progetto di produzione di droni, o di cellulari, o di bottiglie di plastica, etc. Il discorso non cambierebbe. Sul tavolo di un magnate della finanza, il numero di progetti che chiedono un finanziamento sono potenzialmente infiniti, ed è per questo che bisogna riuscire a comunicare la solidità dell’iniziativa, è per questo che chi intende accedere ai fondi deve dimostrare di conoscere il mercato meglio degli operatori che già sono attivi nel settore. Molti lo sottovalutano, ma la capacità per un investitore di restare sul mercato sta proprio nella sua abilità di combinare intuito e conoscenza. E invece, proprio nel settore di produzione di contenuti, non si riesce a creare una base di conoscenza in grado di poter costituire una solida base per affinare e migliorare l’intuito.

Il risultato è che, in un’epoca in cui è possibile sapere tutto (anche quello che non vorremmo sapere) di tutti, non siamo in grado di dire se una persona che legge libri gialli ama anche il cinema thriller: è possibile immaginarlo, è vero, ma non ne abbiamo la certezza.
Non vi sembra completamente fuori da ogni logica?

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Autore

- Partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale


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Displaying 1 Comments
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  1. Paolo Manazza ha detto:

    forse l’elemento di massimo appeal della cultura sta proprio nella sua difficoltà ad essere misurata o calcolata. In un certo senso può essere che, nella sua trasparenza di calcolabilità , la cultura diminuisca di appeal e quindi produca meno. forse è una maledizione. o forse una benedizione. chissà…

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