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Pubblicato il: ven 20 Gen 2017
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Vittorio Sgarbi contro la Riccanza di Zorzi & company

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Non so se tutto quello che c’era da dire sui nostri giovani è stato detto. Nel mondo che è stato loro consegnato, sembrano quasi schiavi impotenti, incapaci di liberarsi dalla invasiva prigione virtuale dei social network e di sfuggire all’immagine retorica dell’età più bella della vita.

Se Tommaso Zorzi, giovane rampollo di famiglia milanese, residente a Londra e completamente identificato nel suo status di insulsa felicità, fosse davvero un punto di riferimento per gli altri giovani, come il conduttore di Agorà ha chiesto l’altra sera a Vittorio Sgarbi, saremmo davvero messi male.

Sgarbi ha risposto che «lo è diventato per un popolo di coglioni come lui, la cui figura si rappresenta nei pantaloni stracciati che porta». Poi ha aggiunto, nel suo immancabile crescendo d’ira, un mucchio di altre cose, che «uno che gira con i pantaloni tagliati all’altezza del ginocchio è un imbecille», che i poveracci hanno diritto ad avere i buchi, ma uno che ha quattro soldi no, che «è più femmina che maschio» (accendendo subito la preoccupazione da querela del conduttore, che ha cercato invano di parlargli sopra per fermarlo: «Ma insomma…»), che quello spettacolo turpe cui aveva assistito è, come quello della maggior parte dei suoi coetanei, «senza idee, senza civiltà, senza bellezza, senza armonia e senza moda».

Tommaso Zorzi non era in studio per replicare. Forse era meglio così. Lui è uno dei protagonisti del reality Riccanza su Mtv. Ha 21 anni, è di Milano, figlio di un padre molto ben messo che gestisce due imperi pubblicitari, dopo essere stato anche Delegato al Teatro della Scala, da tempo residente a Londra («oh beautiful»), frequentatore assiduo di locali alla moda e di altri rampolli fortunati come lui, ex fidanzato, secondo i più accreditati magazine rosa che molte volte raccontano un sacco di palle, di Aurora Ramazzotti.

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Roberta Ruiu, Tommaso Zorzi, Aurora Ramazzotti

Tommaso confessa che gli piace viaggiare e vestire alla moda (e difatti i jeans stracciati sono molto à la page…): il suo brand preferito, ci informa con aristocratica nonchalance, è Saint Laurent. Quando viene a Milano «adora» frequentare via Montenapoleone, una strada da sempre meta obbligata di quelli che hanno tanti baiocchi da elargire, e oggi terreno di conquista di Belen Rodriguez, altro mito estetico dei tempi che corrono, e dei suoi paparazzi che la inseguono imperterriti come negli anni della Dolce Vita battevano via Veneto a Roma.

Tommaso privilegia le vacanze al mare. I suoi posti preferiti sono Bali, Ibizia e Grecia, dove ama cuocersi sotto il sole in barca con i suoi amici. Non si sveglia mai prima di mezzogiorno. Possiede un bel numero di appartamenti a Milano, Londra, Saint Moritz, Forte dei Marmi, oltre una cascina rustica in Emilia Romagna ereditata da sua madre: non si può aver tutto dalla vita. Confessa candidamente che non si vergogna a fare largo uso della carta ricaricata dai suoi genitori, che non si occupa di nulla e che è troppo giovane per pensare al suo futuro. Ma qualche idea già ce l’ha. Aspettate e vedrete.

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Adesso bisogna stare attenti a non fare di tutte le erbe un fascio. I giovani dalla bella vita e del dolce far niente ci sono sempre stati. Forse avevano meno pubblicità, quasi come se un po’ si vergognassero loro di esibire tutto questo nulla e ci vergognassimo noi.

«Non so perché ci avete fatto stare qui un’ora a vedere questa cosa senza senso», è sbottato alla fine Vittorio Sgarbi, «un’ora a vedere questo imbecille».

Difficile dargli torto. Diciamo che Tommaso Zorzi ha soprattutto nell’eloquio, così incredibilmente eccitato, qualcosa di naturalmente fastidioso, oltre a quel reiterato e non ben motivato «saltellare» (Sgarbi dixit) «davanti a un mondo di coglioni come lui», che lo rende, come dire?, così lontano dalla realtà delle persone normali che devono alzarsi tutti i giorni che dio comanda per andare a lavorare e faticare e che forse per questo hanno così poca attitudine al saltello e all’urlo di gioia.

Ma davvero lui può essere un punto di riferimento per gli altri suoi coetanei. Girando sul web, Linkedin ha riportato il blog di un giovane di 19 anni, dal titolo già molto esplicativo: «Perché non vinceremo mai». Questo ragazzo sostiene che la sua è una generazione formata da persone «superficiali, indifferenti, arriganti e superbe», che hanno come unico interesse solo quello di curare la propria immagine fuori e dentro i social network, proclamandosi diversi a parole e banalissimi nella realtà. L’unica cosa che conta è l’approvazione degli altri, che viene prima di tutto, «dei nostri sogni e della nostra anima, dei nostri pensieri e della nostra personalità».

Qual è la verità? Quella di questo blog e del suo senso di sconfitta, o di Tommaso Zorzi e del vuoto che gli chiedono di identificare. Poco tempo fa, Enrico Mentana si è scagliato su facebook contro gli adulti che tolgono respiro e spazio ai giovani, come se gli anziani fossero tutti dei D’Alema che pur di non mollare l’osso sono disposti a uccidere e distruggere qualsiasi loro erede.

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Come sempre, la verità sta nel mezzo. Se a qualsiasi altra generazione di giovani, avessero fatto quello che oggi hanno fatto a questa, privandoli di tutto, trattandoli come schiavi, costruendo le basi per un mondo futuro senza lavoro, ma lasciandoli soli in questo presente a metà strada, vittime sacrificali di squali senza pietà, ci sarebbe stata la rivoluzione e sarebbero scesi in piazza a ribaltare partiti, sindacati e padroni. Altro che 68.

Questa generazione, invece, ha accettato quasi ineluttabilmente il suo destino di sconfitta, questa ingiustizia storica così grande, senza mai trovare dentro di sé il coraggio della ribellione, o della partecipazione reale, per riuscire a incidere in qualche modo nei meccanismi del cambiamento. Questa inerzia, questa indecifrabile paura, fa male a tutti. Non solo a loro. Perché stanno lasciando che il mondo lo decidano gli squali che lo distruggono e che li umiliano. Non sarà un bel futuro per nessuno.

La viltà, nella vita, è un peccato. Come la debolezza.
Per diventare come Zorzi, bisogna nascerci.
E anche per essere imbecilli.

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Autore

- Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.


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