meeting art istituzionale
Pubblicato il: lun 22 Ott 2012
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Intervista a Marco Delogu

Marco Delogu: «Il mio festival con pochi soldi, ma con molta passione per il bene della fotografia»

Fino al 28 ottobre a Roma l’XI edizione della manifestazione dedicata al lavoro

Marco Delogu è nato nel 1960 a Roma, dove vive e lavora. Fotografo apprezzatissimo non solo in Italia, ha pubblicato oltre venti libri ed esposto nelle principali capitali europee e internazionali. La sua ricerca fotografica si concentra su ritratti di gruppi di persone con esperienze o linguaggi in comune. Il bianco e il nero è la cifra stilistica del suo lavoro. Negli ultimi anni i suoi progetti si sono maggiormente concentrati sulla natura, nelle differenti declinazioni di un’attenzione che si sposta dall’uomo a ciò che lo circonda. Nel 2002 ha ideato FotoGrafia, il festival internazionale di fotografia di Roma di cui è il direttore artistico.

Ci sono persone che sanno guardare e altre che non riescono nemmeno a vedere. È in questo che risiede l’abilità di un fotografo, perché non esiste macchina al mondo migliore del proprio sguardo.

Ne è fortemente convinto Marco Delogu, direttore del festival internazionale fotoGrafia che, quest’anno, giunto all’undicesima edizione, occuperà il museo Macro Testaccio di Roma, e diverse gallerie d’arte sparse nella città, fino al 28 ottobre.

Il tema dell’edizione è tanto semplice quanto visceralmente complesso e più che mai attuale: il lavoro.  E te lo spiega così, Delogu – non solo il festival, ma il suo mondo – intrecciando nelle parole semplicità, pragmatismo e speranza, una mattina d’inizio settembre nel suo studio di Trastevere con un maglione sformato su un paio di jeans e gli occhi verdi che trepitano pur essendo calmi.

Avete scelto un tema delicato come il lavoro, anche un po’ banale, vista la situazione italiana ed europea…da cosa nasce quest’idea?
«Viene dal fatto che spesso il festival è stato tacciato di essere elitario, ma invece penso che la fotografia d’autore possa indagare la realtà del mondo. Per me significa scavalcare una retorica anche banalizzante. Il tema lavoro è una sfida molto complicata perché è difficilissimo rappresentare il lavoro, soprattutto quello contemporaneo».

Vi ponete sotto il fuoco facile delle critiche…
«Assolutamente sì, ma la nostra grande esigenza parte anche da un interrogativo che ci siamo posti, capire che senso ha la fotografia in questo momento e anche che cos’è il lavoro nella fotografia».

 E per lei cos’è il lavoro nella fotografia? Esiste una distinzione tra la foto artistica e quella documentaristica?
«Penso che ci siano tutte e due le cose, ogni tanto il tentativo di sovrapporre le foto artistiche a quelle “giornalistiche” è un po’ patetico, però questo non significa che, ad esempio, un grande giornalista non può diventare uno scrittore. Basta vedere Goffredo Parise. Non faccio una distinzione netta, penso che con un tema come il lavoro si possa tranquillamente coinvolgere sia una realtà che ha a che fare con la fotografia nell’arte e un tema che, invece, ha a che fare più con l’aspetto giornalistico. Per quanto poi, oggi, sia il giornalismo che la fotografia sono soggetti a cambiamenti repentini».

Qual è l’ingrediente che ha reso il festival da lei diretto così di successo, capace di soprassedere alle critiche che negli anni si sono raccolte? Basti pensare a quelle dello scorso anno per la scelta del tema: “Motherland”…
«L’edizione dello scorso anno credo sia stata una delle più azzeccate, un tema profondo, la terra-madre, capace di esprimere un bisogno altrettanto profondo di fare fotografia per ricavarne un’identità umana, individuale ma anche collettiva».

Torniamo però agli ingredienti. Anche lei avrà un qualcosa che, al pari del lievito, è garanzia di un buon dolce…
«Con il passare degli anni, e delle edizioni del festival, si è creata una comunità internazionale interessata a scambiare idee sulla manifestazione, tanto che anche fotografi o curatori, che non partecipavano in prima persona, davano degli stimoli, sui quali riflettere e dai quali – non di rado – nascevano e nascono buone idee. In più direi che, sul versante pratico, siamo riusciti a creare un mix perfetto tra soldi e produttività. Pensi che il festival, così com’è, costa poco più di 100mila euro (lo scorso anno avevamo speso 122mila), mentre i nostri competitors lo fanno con 6 milioni e mezzo di euro. Non possiamo lamentarci visti i risultati. Inoltre, facciamo produzione vera e propria. Sarebbe stato più semplice, a livello organizzativo, dire: cosa c’è in giro? E poi raggruppare, prendere, incorniciare e attaccare. Siamo una buona squadra, anche perché mettere in piedi fotoGrafia significa lavorare sette/otto mesi. Bisogna scegliere il tema, occuparsi della preparazione, fare i concorsi per alcune esposizioni, insomma crediamo nel progetto e siamo gente di buona volontà».

In tutti i festival che lei ha curato ci sono degli argomenti quotidiani, il concetto di normalità, della gioia, ora il lavoro…possiamo definirla una persona molto pratica nonostante sia un fotografo?
«Ma i fotografi sono persone pratiche».

Non direi, o almeno non tutti…
«Mi ritengo una persona molto aderente a quello che fa, non faccio enormi riflessioni filosofiche su determinati argomenti. Penso che la gioia sia uno dei tanti motivi per cui si può fare fotografia. Cercare di esprimerla, catturarla semplicemente per come ti appare.  Mi dà un po’ fastidio tutto quello che è esagerato e spettacolarizzato».

Come sta evolvendo lo scenario della fotografia italiana contemporanea?
«Non particolarmente bene, purtroppo non ci sono strumenti. Non ci sono spazi pubblici interessanti, e anche noi riusciamo a fare poco. Manca un collezionismo adeguato, la situazione dei giornali è drammatica, l’aspetto economico idem…»

Sentirla parlare in questi termini, dopo che cura da anni un festival di fotografia, è imbarazzante…
«Purtroppo è così, anche i grandissimi fotografi italiani, che hanno una fama internazionale, come Paolo Ventura, Olivo Barbieri, non hanno una galleria di riferimento solida in Italia. Naturalmente sia io che loro vendiamo le nostre foto nel corso dell’anno, non ci arricchiamo con queste».

Le sue quotazioni a quanto arrivano?
«Vanno dai 3mila ai 12mila euro».

Cosa manca davvero all’Italia? Manca la bravura dei fotografi o l’interesse del pubblico?
«Purtroppo in Italia la fotografia raccoglie ancora poco interesse e questo fa sì che non si riescano a fare i numeri di altre parti, non solo internazionali, ma anche europee. C’è ancora una diffidenza nei confronti di questo mercato. Se lei ci pensa, non esiste nessun museo italiano che abbia una collezione di fotografia, quelle che sono fatte anche dalle banche sono abbastanza deficitarie, non hanno un criterio, sono fatte raccattando un po’ qua e là. Fai un confronto con la collezione della Deutsche Bank, perderai sempre».

Azzardo: mancano per caso anche dei degni critici?
«Sono i primi a mancare. Se lei dovesse scegliere un critico di riferimento che le scriva un intervento per la pubblicazione di un libro di fotografia, o per un intervento da catalogo saprebbe per caso di chi fidarsi? E non parlo solo di quelli che ti criticano positivamente, ma anche di chi sa stroncare un lavoro mediocre. I Siciliano, i Fioretti, i critici di un tempo non esistono più. Non ci sono uomini di questo calibro. Oggi Michele Smargiassi ti fa tirare un sospiro di sollievo, ma non basta».

Roma è una città contemporanea?
«Penso di sì, anche se ci sono un sacco di difficoltà e una è data dall’enorme bellezza della città che rappresenta quasi un ostacolo insormontabile».

La gente, nei pochi centri dedicati al contemporaneo, o ci va poco o non ci va per niente…
«Ci sono state una serie di iniziative totalmente sbagliate»

Quali?
«Penso a tutte le fondazioni private… e poi, il palazzo delle Esposizioni da giugno è chiuso. L’ultima grande mostra è stata quella di Arturo Ghergo che, con tutto il rispetto per lui e la sua famiglia, è un po’ poco…quest’estate a Roma c’è stato poco da poter vedere. Non ti fa piacere invitare un tuo amico e trovarti nell’imbarazzo perché non sai dove portarlo».

Però c’è il Macro, il Maxxi…
«Il Maxxi ha un enorme problema. Credo che, delegando al settore architettura la fotografia, abbia un po’ ridotto la stessa a un’arte applicata, e questa non è cosa sana e giusta, perché la fotografia ha una sua fortissima autonomia di linguaggio».

Il suo modo di fare fotografia: sempre il bianco e nero…
«E’ una mia forma stilistica, una specie di ossessione, perché per molto tempo ho fotografato con lo stesso formato, la stessa macchina e sempre in bianco  e nero».

Un’ossessione dovuta a cosa?
«Al mio modo di vivere il mondo».

E come lo vive il mondo Marco Delogu?
«Per fortuna ora è cambiato, prima era un pò più scuro…».

Cos’ha tolto il digitale alla fotografia?
«Zero. Anche il digitale ha una serie di regole, come un pittore che, senza conoscere la materia, non potrebbe fare i quadri, così chi usa il digitale senza conoscere il file, non può far foto».

Però una foto oggi con il digitale ti viene bene anche se non sei fotografo…
«La capacità sta in chi guarda. Un buon fotografo si vede da questo, da come riesce a guardare, mentre altri riescono solo a malapena a vedere».

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